venerdì 22 marzo 2013

Prati in fiore


"I prati sono in fiore" finalmente la primavera è arrivata, i campi mostrano le viole e l'aria profuma di nuovo.
Anche se non è più la rondine sotto il tetto che a San Benedetto ci segnalava l'arrivo della bella stagione un nuovo giro attorno al sole è iniziato ( per me l'anno inizia il 21 marzo) lo trascorreremo insieme.
Dal 28  (luna calante) inizierò le semine e l'imbottigliamento del vino.

venerdì 15 marzo 2013

Cantinole



Due "cantinole" per altrettanti amici affinché conservino elegantemente il loro vino.
Sono due porta bottiglie di vino formati da colonne per nove bottiglie di vino che devrà essere buono di suo. In alto andranno messi tre vini rossi di più alto invecchiamento, al centro tre vini rosati o rosso giovane e in basso tre bottiglie di vino bianco.
Questa disposizione è consigliata in funzione della  temperatura ambiente, che è più alta verso l'alto e man mano che si scende è più fresca tale da mantenere il vino alla temperatura più vicina a quella di mescita.

Le bottiglie sono inclinate di 30 gradi per mantenere il tappo non a contatto con il vino e permette ad eventuali depositi di raccogliersi sul fondo.
Ogni una delle "cantinole" è unica nel suo genere è realizzate per due sconosciuti amici di Milano e di Cosenza "buon pro vi faccia".

mercoledì 6 marzo 2013

Attaccapanni e innesto


Attaccapanni "arte povera" economico e semplice;  mentre la vernice si asciuga un innesto, da una piantina selvatica un futuro albicocco.

lunedì 11 febbraio 2013

Collana Pellerossa

Realizzata con gli artigli dell’aquila dal  collo bianco.





Mio nipote ha notato, appesa ad un lato del camino, una collana con artigli. Ha chiesto che cos’era e come l’ho avuta,…. ed ho iniziato a raccontare.

    … Anch’io sono stato giovane e sono cresciuto a pane e film western. Ho amato Tex Willer, Django e tutte le vicende del Texas dei mitici pistoleri che combattevano l’ingiustizia con le loro azioni. Ho visto tutta l’epopea dell’America, delle tribù degli indiani per i quali ho provato sentimenti contrastanti tra odio e amore.
    Poi, durante il periodo di convalescenza, per l’intervento di appendicite, ho letto un gran numero di libri dedicati ai pellerossa, al loro modo di vivere, delle loro gesta e delle battaglie contro chi gli aveva occupato il territorio.
   Hai mai visto i cartoon dell’orso Yoghi? E Bubu? I simpatici orsi sempre in cerca di cestini dei visitatori del parco, il loro parco si chiamava Jellystone, (gelatina di pietra) ma poco importa il riferimento al parco di Yellowstone era chiaro. Quei libri, quei film mi hanno fatto nascere la curiosità insieme al desiderio di  fare un “salto” in America per conoscere e incontrare gli indiani.
Sarei andato a trovarli nelle loro riserve del parco di Yellowstone – (pietra gialla) (il parco nazionale di Yellowstone si trova nell’America del Nord - Stati Uniti nell'estremo settore nord-occidentale dello stato del Wyoming, occupando un'ampia zona delle Montagne Rocciose, è il più antico parco nazionale del mondo,  fondato nel 1872)

  L’occasione mi si è presentata nel 1975 quando a Vicenza ebbi modo di conoscere un militare americano originario del Wyoming. Diventammo amici e fu lui che mi illustrò il parco e mi diede l’opportunità di conoscere un vero nativo americano della tribù dei Shoshoni.
     Il parco ha diversi corsi d’acqua, il più importante dà il nome al parco. Un altro fiume dal nome buffo che tradotto in lingua locale significa acqua puzzolente.  Sai che noi chiamiamo impropriamente indiani solo perché un certo Cristoforo Colombo credeva di essere arrivato in India, è bene chiamare quaelle persone con i nomi delle loro nazioni o tribù. Hopi, Shoshoni, Piedi Neri, Cheyenne, Ahpache, Navaho, Kiowa, Lakota, Cherokee e tanti altri.
   Questo luogo è uno spettacolo naturale unico e tanto vario, è costituito da una serie di altipiani, di grandi praterie, da folti boschi e da profondi canyon che creano magnifiche cascate. Sono presenti lunghi sentieri, dal tipico nome indiano, (sentiero rosso, della montagna, della terra che scotta)..
  In certi luoghi, mentre cammini e sei distratto dalla bellezza della natura, senti il caldo sotto i piedi e come per magia si ode un grande sbuffo e una colonna d’acqua e vapore si alza a poche decine di metri per uno spettacolo unico che si ripete ad intervalli regolari, sono i geyser sorgenti calde fino a 200 gradi centigradi. Il più potente di questi crea una colonna d’acqua alta come il campanile del mio paese. Nel parco vi sono formazioni rocciose che lo rendono unico al mondo.
Questa oasi naturale è popolata da specie di animali rari, e purtroppo alcune in via di estinzione.  Lupi grigi, bisonti dalla caratteristica gobba, l’orso bruno, l’alce, la capra delle nevi, il puma dal manto nerissimo e l’aquila dalla testa bianca. Devo dirti che non li ho visti tutti questi animali, ma ad ogni angolo di strada o mulattiera un cartello ne dava segnalazione. …. Anche l’orso grizzly presente nei boschi, ma del quale non avevo nessuna voglia di fare conoscenza.
  Il parco è ormai invaso da visitatori di ogni nazione e specie, varie strutture di accoglienza per turisti  rovinano un po’ i paesaggi meravigliosi, gli splendidi rossi tramonti e il silenzio che è la vera atmosfera del luogo.

  Mi sono reso conto di essere arrivato quando ho visto un cartello che mi indica la riserva degli Shoshoni.  Uno stretto ponte per attraversare un fiume che fa da confine con la riserva e subito inizia un  deserto arrido e privo di vita ed è proprio lì che vivono relegati gli indiani d’America.  Strade sassose arride e poco curate.  I pellerossa erano i padroni di quella terra ora sono chiamati “minoranza etnica” e sono costretti a vivere nascosti nelle riserve loro destinate. Anche se non vivono più nelle tende, ma in modeste case.
  La mattina che sono arrivato ed ho incontrato il mio accompagnatore indiano dal nome Kewedinock (primavera felice), stavo per alzare la mano e pronunciare il classico “haug”, il saluto che avevo imparato nei film western ma lui mi precedette con questo classico saluto.
  La giornata era bella, il cielo sereno di un azzurro pulito e un sole caldo. Sulla riva del fiume un solitario pescatore con una rozza canna attendeva calmo l’abboccare di un pesce.
Il mio “pellerossa” faccia rugosa e capelli lunghi lisci e nerissimi, teneva tra i denti la canna di una pipa in pietra dove aspirava abbondanti boccate di fumo, la tolse di bocca e me la offrì in segno di pace e di amicizia. Io non fumo, ma non ho potuto rifiutare, dopo la prima boccata mi sono messo a tossire e il mio amico si è messo a ridere esclamando “waps - ah! Voi bianchi!”.
  Prima di quell’incontro avevo visitato tutto quello che si poteva vedere, musei con attrezzi e vestiti indiani dell’epopea americana, mi ero preparato ed ora quel posto mi sembrava particolare, forse gli spiriti indiani erano con noi.
 Si respirava l’atmosfera del tempo passato, i miei pensieri andavano a ritroso quando quelle cittadine erano accampamenti con le tende di pelle di bufalo e la vita scorreva serena e rispettosa della natura.
  Ho voluto,anch’io, piantare la mia tenda “tecnologica” di nylon  su quelle terre, eravamo a 2000 metri e l’aria era fresca e frizzante, qualche animale si vedeva di tanto in tanto, durante le passeggiate ne sentivo la presenza, ho visto da lontano  pochi bisonti, non erano così numerosi come nel film di “Balla coi lupi”.
  Ho detto tante parole che erano insieme domande e le risposte che volevo sentire, lui annuiva e sorrideva. 
 Ho suonato con lui il tamburo, intonato una nenia indiana e indossato il suo copricapo con tante piume colorate che si era realizzato insieme a tradizionale vestito.
   Al tramonto di quel primo giorno, un gran battere di tamburi e pellerossa nei tipici  costumi delle tribù si radunarono attorno ad un grande fuoco acceso ed ad un Totem che aveva la forma di un grande uccello con le ali aperte.
 Gli indiani che sembravano spariti d’incanto ne apparve una moltitudine con cavalli e squaw (ragazze) con lunghe treccine per la loro festa propiziatoria annuale la “danza del sole(sundance) che dura quattro giorni, si danza guardando il sole, il ritmo dei tamburi echeggia per tutta la spianata e ti travolge e ti invita a partecipare.  Si svolge ogni anno a cavallo del solstizio d’estate.  Quattro giorni indimenticabili completamente coinvolto nei loro canti, danze e mangiare insieme a gente amichevole.
  Il mio accompagnatore mi disse che ormai lo spirito indiano non c’è più, i giovani studiano nelle scuole e imparano a vivere come i bianchi e imitano il loro stile di vita, vestono alla moda, usano l’auto e alla nostra musica preferiscono la “tecno” o il “rock”. Poi continuò – non ci sono più le grandi praterie, le mandrie di cavalli, la caccia e la tranquillità d’un tempo quando si seguivano i ritmi dettati della natura. Queste feste sono più per i turisti e per quei pochi nativi che sentono ancora il richiamo del loro popolo e degli antenati, vengono in riserva una volta all’anno bardati con vestiti acquistati ai grandi magazzini come se fosse un carnevale. Dopo un attimo di silenzio, preso dalla nostalgia, si chinò e mi sussurrò all’orecchio: “domani ti porto a vedere il nido delle aquile dal collo bianco, un uccello sacro per noi indiani”.
   Il sole non era ancora sorto, ma la luce rischiarava quell’alba fresca, il cielo era di un colore indaco, pulito e sgombro da nuvole. La strada da percorrere era lunga (sentiero della montagna e dell’aquila dal collo bianco) . Il mio amico aveva già sellati due cavalli “Appaloosa". Montati in groppa ci incamminammo lungo il sentiero che attraversa un folto bosco e sale sempre più in alto verso la montagna. Dopo un paio d’ore giungemmo alla fine di quel intricato scuro bosco. Le piante si erano diradate e di fronte a noi l’immagine maestosa di una montagna rocciosa che alla luce del sole sembrava color ocra. Ai margini del bosco costruimmo un piccolo recinto con delle funi dove mettemmo i cavalli a brucare la poca erba.  L’indiano mi indicò dove stavano le aquile. Lasciato lo zaino e gli indumenti più pesanti ci accingemmo a raggiungere la parete per scalarla. Si saliva lentamente, senza chiodi o corde di sicurezza. Tastavo la solidità delle rocce con le mani e poi quelle dei piedi e salivo come l’uomo ragno. Dopo un centinaio di metri, di lenta salita, mentre stavo per toccare l’ennesima roccia misi impropriamente una mano nel bel mezzo di un nido d’aquila, sentii un morbido pulcino che subito emise un forte pigolio. Mamma aquila lo sentì mentre roteava alta nel cielo limpido, rispose a quel richiamo e anche lei emise forte un grido che si sentì distintamente e subito calò in picchiata.  “Attento” mi gridò il mio compagno di scalata. Non ebbi il tempo di girare lo sguardo che l’aquila mi stava attaccando alle spalle infilandomi i suoi poderosi ed affilati artigli nella carne appena sotto la scapola destra provocandomi una profonda e sanguinante ferita.   Con una mano cercai di divincolarmi da quella dolorosa presa, mentre con l’altra cercavo di tenermi stretto alla montagna. Quando la “battaglia” terminò e riuscii a liberarmi dagli artigli dell’aquila dal collo bianco mi allontanai in fretta dal nido scendendo ai piedi della montagna. Mi batteva forte il cuore, il respiro affannoso, una grande paura e una dolorosa e sanguinante ferita che mi fece allontanare in fretta da quel posto. “L’aquila voleva difendere il suo pulcino ed era riuscita scacciandomi”. Durante il ritorno ci riposammo in una grotta dove l’amico indiano trovò i resti di un’aquila uccisa da un coyote,  staccò gli artigli e raccolse una piuma della coda che diresse verso il sole, la posò su ad fiore pronunciando frasi incomprensibili, dopo questa breve cerimonia passò la piuma sulla mia ferita dicendomi che sarei guarito in fretta.
   La ferita profonda non mi fece dormire. Quella notte  un violento temporale attraversò ed oscurò il cielo scaricando lampi giganteschi e tuoni di intensità mai sentita, come se lo spirito dell’aquila mi volesse ancora castigare.
  Porto ancora evidenti i segni di quegli artigli sulla schiena. Kewedinock con gli artigli  dell’aquila trovata nella grotta realizzò  per me una splendida collana che conservo ancora: “ed è quella che vedi”.
Prima di salutarmi mi regalò una frase – “nella vita non ci sono brutti giorni, per quanto tempestoso possa essere ogni giorno è buono e utile perché vivi”. 

  Non sono più tornato nella terra dei “pellerossa”, anche se mi ero più volte ripromesso di farlo, il mio amico Kewedinock al solstizio d’estate mi chiama, non con segnali di fumo, per telefono, .
…. di tanto intanto, nelle calde notti d’estate di luna piena risento lontano il richiamo di quei tamburi e i canti degli indiani Shoshoni.

Feb.2013                                                    FerMala





martedì 29 gennaio 2013

Potatura kiwi



E’ tempo di potatura  dell’Actinidia chinensis (kiwi)
La potatura è la regolazione dell’equilibrio vegetativo e produttivo.
Dicono che il primo potatore fosse stato un asino che brucava rami di vite.
Oggi le tecniche di potatura sono di molto migliorate rispetto al passato e si deve fare molta attenzione.  Per ogni pianta una potatura specifica.
L’actinidia è una pianta dioica (piante maschio e piante femmina).
Le mie piante sono hayward per le femmine e toumuri  per i maschi.
Alle piante femminili necessita di una potatura drastica invernale e due estive, una per il taglio di succhioni, ed una seconda un mese prima della raccolta dei frutti per dar loro luce ed aria.
Vanno lasciati i rami nuovi, generati nella stagione estiva, che hanno la dimensione delle dita di una mano dove presentano gemme rigonfie che daranno fiori e frutti.
I rami, posti ad un a distanza tra loro di almeno un ventina di centimetri, vanno curvati verso l’esterno e legati alla stessa altezza del tralcio con la cima rivolta verso il basso.
Per le piante maschili la prima potatura dovrà essere leggera invernale, vanno lasciati tutti i rami che fanno fiore, ed una seconda drastica dopo la fioritura.
 Nella pianta maschile i rami vanno lasciati liberi affinché il vento ne scuoterà il fiore per diffondere il polline.
I tagli dovranno essere netti e irrorati di soluzione di rame.
Questo è anche il periodo per la concimazione affinché gli elementi nutritivi siano a disposizione della pianta quando inizieranno le temperature miti.

lunedì 14 gennaio 2013

Sole in deposito


Il sole se ne sta lì in deposito pronto ad uscire per riscaldarci e a far risvegliare la natura.
Ho ancora tutta da sistemare, orto e piante da frutto.
Aspetto il bel tempo dopo lunghi giorni di nebbia padana.
Sono solo, avvolto dalla nebbia.
Lassù c’è il sole, il tempo è calmo e tutt'intorno è silenzio.
Lontano il rumore di un’auto che procede lentamente.
Tutto è bagnato, umido, gocciolante.
Sento il mio passo che incede rumoroso sulle foglie secche
Passa veloce una tortora, la sento dallo sbattere di ali.
Nel mio boschetto è tutto buio, scorgono tre forme bianche(?)
Sento stridere le gazze e le ghiandaie.
Tutto tace, mi fermo e osservo le gocce che si formano sui rami
 e poi pigramente scendono, si staccano e cadono sulle foglie morte a terra.
E’ la nebbia che ti avvolge, ti isola e ti lascia solo.
E' l'odore di questo inverno che tarda finire.

domenica 23 dicembre 2012

lunedì 17 dicembre 2012

Mariaci

Di ritorno dal Messico.
Se fai un viaggio e ti dimentichi di portare un regalino, non preoccuparti, te ne faccio uno quasi come fosse originale ....

giovedì 22 novembre 2012

Arredo Bagno


Design?  ecco le piacevoli scelte che arredano con stile gli spazi del bagno.
Rivive l' arte povera e il riciclaggio di materiali di scarto.
Pochi tocchi per piegare il ferro e fissarlo a riccioli realizzati a mano libera.
Cerchi che contengono bottoni di legno dove la figlia ha impresso margherite.

mercoledì 14 novembre 2012

La rota ad Po


14 novembre 1951la mia alluvione. “la rota ad Po”
 Ho, da poco meno di un mese, compiuto quattro anni. Da ore, da giorni, da settimane cade la pioggia e  tutto è fradicio, la vedo cadere copiosa, la sento battere sui coppi che coprono il tetto della nostra casa. Una grande fattoria con tutti gli animali che “usavano” quel tempo. Nella stalla un gran numero di vacche con i loro allegri vitellini. Due cavalli, galline, faraone, tacchini e due grossi maiali, che avevano il destino segnato da li a poche settimane. Completavano l’allegra compagnia un grosso cane lupo ed un gatto rosso. Il cane Leon, andava avanti e indietro sempre per lo stesso percorso, obbligato da un filo di ferro fissato tra la casa e la stalla dove scorreva la lunga catena che aveva attaccata al collo.                     
Nei volti e nelle espressioni della gente si intravvedeva tanta preoccupazione, frasi sottovoce, azioni preparatorie disposizioni che a quel tempo non capivo. “Il fiume Po minacciava di rompere gli argini”. 

La preoccupazione più grande era che ciò avvenisse a Ficarolo, dove il fiume fa un’ansa quasi ad angolo retto, in quel punto, la forza delle acque poteva rompere l’argine sinistro e riversare tutta la sua massa distruttrice verso la nostra casa.  Anche se distante qualche chilometro, il borgo di case era proprio sulla direttrice dell’eventuale corso d’acqua. La pioggia continuava a cadere abbondante. Tutti gli abitanti del borgo si stavano preparando al peggio ed avevano caricato le poche cose che possedevano sul carro, pronti per portarle in salvo sull’argine del Po.
Il mattino di lunedì 12 a mia sorella di undici anni erano state tolte le tonsille, all’ospedale di Santa Maria Maddalena ed era stata sistemata per la convalescenza da Ignazio, lo zio di mio padre, che abitava a qualche centinaio di metri dall’argine del Po.  Sistemata la bambina, mia madre ritornò a casa per preparare una leggera minestrina da portarle.  Era giunta ormai l’ora di pranzo a casa di Ignazio, la moglie , aveva già preparato per loro una pastasciutta condita con un ragù a base di salame, impietositi  dalla bambina che li guardava mangiare non si fecero scrupolo e ne fecero un bel piatto anche per lei, che incurante del proprio malanno mangiò, deglutendo a fatica i grossi pezzi di pasta e salame.    
La notte aveva fatto luna piena, la pioggia batteva con insistenza sui coppi e una luce tetra rischiarava di tanto in tanto il buio notturno.  Il 14 mattino si portarono tutti gli animali che si potevano sull’argine del Po.  Ho visto l’acqua schiumosa correre veloce trascinare alberi interi, il fiume era pieno fino all’orlo, sembrava che nel mezzo l’acqua fosse più alta della riva perché non si scorgeva la riva opposta, l’acqua limacciosa arrivava fin sopra l’argine, dove instancabili uomini continuavano a mettere sacchi riempiti di terra per fermarla.  Appena sotto l’argine spuntavano i  fontanazzi e bisognava correre subito a bloccare la fuoriuscita dell’acqua.  I nostri buoi erano legati con la cavezza al carro, dove i miei avevano disposto sopra un telone a protezione della pioggia, noi eravamo sistemati sotto.  Alla casa era rimasto Clemente, un altro zio di mio padre, a governare i pochi animali rimasti, lui aveva anche una decina di pecore sul fienile.  Nel pollaio avevano disposto delle fascine di legna dove i polli si sarebbero posati in caso di allagamento, mentre nel granaio erano state messe le faraone e i tacchini.  
Mia madre, era al sesto mese di gravidanza ed oltre a me aveva altri due figli quando le campane del pendente campanile di Ficarolo incominciarono a suonare a martello. “Il Po ha rotto l’argine a Bergantino”, la notizia risultò poi falsa, ma fu sufficiente per seminare il panico tra la gente “bisognava fare in fretta e rifugiarsi sugli argini perché l’acqua sarebbe arrivata da lì a poco”.  I miei due fratelli si trovavano a casa, quando la notizia si diffuse, mia madre tornò di corsa dall’argine del Po e iniziò a gridare da lontano per richiamare la loro attenzione affinché anche loro si mettessero al sicuro.
La sera di mercoledì 14, un grosso boato scosse la popolazione di Occhiobello: “Il Po ha rotto l’argine a Malcantone”. Fino al mare un’enorme distesa d’acqua. Sarà questa l’alluvione più estesa che possa ricordare l’Italia.  Prima l’acqua percorse in senso inverso i canali di scolo. Quello che avevamo dietro casa nostra aumentava di minuto in minuto la propria portata.  Il ponte, per arrivare a casa nostra, ne ostruiva il corso e l’acqua, come un in enorme getto spruzzava rumorosamente dalla parte opposta provocando un’enorme buca che rimase visibile per anni. Lo zio Clemente stava cenando quando sentì l’acqua bagnargli i piedi.  In fretta si spostò al piano superiore, dove stavano le faraone, guardava l’acqua salire di gradino in gradino alla fiocca luce della candela. Venne il giorno che la tempesta si fermò, smise di piovere e ritornò il sole. L’acqua era uscita quasi tutta dall’alveo del fiume, restava un piccolo corso che continuava ad alimentare l’enorme “lago Polesine”.  Il Po ora sembrava in una secca estiva.  Sull’ argine centinaia di persone con i loro fagotti di misere cose sistemate alla meno peggio. Acqua da tutte le parti, solo un lungo argine su cui eravamo naufraghi su ad una lunga isola, uniti a tanti altri disperati.  Eravamo riparati sotto il telone che d’estate copriva il frumento sull’aia. Ricordo i buoi, con le lunghe corna, a mangiare fieno. Poi il camion di mio zio Camillo, mia madre che con forza mi costringeva a salire insieme a mia sorella ed io che non volevo andare. Emisi, forte, due bestemmie, la terza non ebbi il tempo di pronunciarla perché mi arrivò una sberla di immane potenza che mi ruppe le labbra: “non ho mai più bestemmiato”.  Fui messo sul camion direzione Ferrara, da zia Fernanda, dove rimasi fino a quando le acque si ritirarono. Tornati a casa restavano le pulizie per liberare le stanze dall’acqua. Noi bambini stavamo sempre a giocare nelle pozze d’acqua, dove si trovava anche qualche piccolo pesce. I miei fratelli più grandi invece erano intenti a pulire la casa dal fango portato dall’acqua.
In quella grande casa avevamo un locale adibito a cantina, per accedervi bisognava scendere un paio di gradini.  Durante la piena le botti, piene del vino novello, si erano girate e spostate dalla loro sede, mio padre aprì la porta e dimenticando gli scalini ancora coperti dall’ acqua, fece un passo per entrare e profondò fino alla cintura. Ci mettemmo tutti a ridere, capimmo che il peggio era passato e che stava ritornando la tranquillità e l’allegria. Avevamo scampato il pericolo, si poteva ricominciare.

FerMala

                                                                                                                                 

lunedì 12 novembre 2012

Foto campestre



El paraíso esta en donde nosotros lo busquemos...

Il paradiso sta dove lo vogliamo trovare.

giovedì 8 novembre 2012

Messico

 Si parte per il Messico - "San Josè del Cabo - Cabo San Lucas"
... e non poteva mancare il mio pesciolino ad accompagnarmi, lo libererò nelle acque dell'oceano Pacifico appena più sotto del tropico del cancro.
Il pesciolino è un po' bruciacchiato quasi come i messicani, sarà più facile individuarlo.
..... attendo le vostre segnalazioni del ritrovamento.

Reggi mensola

Reggi mensola.

venerdì 2 novembre 2012

Voglio credere


VOGLIO CREDERE
Passano gli anni e coloro che se ne sono andati sono sempre di più.
Alcuni se ne sono andati quando avevano compiuto i loro giorni.
Altri troppo presto  senza lasciarci il tempo di rendercene conto.
Se guardo il cielo mi piace pensare che mi guardano: 
lo voglio credere.
Spesso li ricordo al mattino, la sera, la notte.
Quando guardo le stelle, sento una canzone, alla ricorrenza di una data, un luogo, un oggetto, un profumo di rosa o di un fiore, un arcobaleno, mi ritornano in mente persone con le quali ho vissuto, amato e giocato, come i mie due fratelli, i miei genitori e tanti amici .
Chi mi manca mi sta guardando dal cielo?
lo voglio credere.

giovedì 1 novembre 2012

Kiwi 187

Ho terminato la raccolta del kiwi, con frutti di grandi dimensioni.

Metodo pratico e veloce per maturare il frutto. 
Mettete alcuni kiwi insieme ad un paio di mele in un recipiente ben chiuso.
Dopo 4/5 giorni i frutti saranno maturi.
Le mele mature sviluppano un ormone vegetale, etilene, che a contatto con i frutti ne accelera la maturazione.
Il kiwi è maturo quando al tatto risulta leggermente tenero.



giovedì 25 ottobre 2012

Lampa-dario




Passeggiando per i canali del Polesine, ho trovato conchiglie che di così grandi non ricordo di averne mai viste in gioventù. Che fare? diamogli valore e mettiamole in bella mostra costruendo un lampadario. ... e adesso dove lo metto?

domenica 14 ottobre 2012

Kiwi


Tra una decina di giorni inizia la raccolta.
Quest'anno ottimi e abbondanti frutti
Chi viene ad aiutarmi verrà ricompensato con un abbondante cesto di kiwi.

martedì 4 settembre 2012

Isle of Man


Un altro pesciolino liberato nel fiume dell'isola di Man.
Chi lo trova è pregato di comunicarmelo ... grazie!

martedì 21 agosto 2012

Frutta succosa






La natura recita la sua poesia:
Mele, pesche, uva, prugne, zucche e una piccola rosa.

San Francisco


Addio a Scott McKenzie,

menestrello della musica della mia giovinezza.

Nell'estate del '67 con una chitarra acustica  addolcì i nostri giorni.
Il suo messaggio ... mettete dei fiori nei vostri capelli... non è stato raccolto.
La sua musica resterà per sempre.

giovedì 9 agosto 2012

Pesciolino


Un altro pesciolino di legno per Martina da liberare nel Piave.
Questo è l'ottavo che viene lasciato libero nelle acque dove viene fatta una vacanza.
La speranza resta di trovarlo sulle spiagge, di qualsiasi posto del mondo, o che qualche blogger mi scriva di averlo trovato, farebbe felice Martina e anche me.
Acque della sorgente del Piave - Sappada.
..vai pesciolino, 
impara a nuotare fino al mare 
dove qualcuno ti potrà trovare. 
è lì che io ti verrò a cercare.

lunedì 23 luglio 2012

Mieli

Millefiori, Tiglio, Acacia.
Tre tipi di miele con tre profumi diversi e delicati.

"questa non la sapevo"  Un apicultore mi ha suggerito di mettere nel congelatore il miele per conservarne il profumo. Ho fatto una prova con alcuni vasetti, il miele si è indurito, ma non cristallizzato. Attenderò dicembre per toglierli dal frigo, scongelarli e verificare se questo nuovo modo di conservare il profumo del miele risponde al vero.

martedì 17 luglio 2012

Appoggia sapone

Tre appoggia sapone in marmo di varie misure per tipi diversi di sapone.
Si appoggia sul lavandino.
Facile da usare, da lavare e ... diverso dai soliti.

Mietitura


MIETITURA.   
Dal mio diario – martedì 24 giugno del 1958.
... E’ l’alba, il sole non è ancora sorto, ma la sua luce sta scacciando il buio della calda notte, presto apparirà infuocato all’orizzonte e sarà giorno.
Cicale e grilli mandano i loro richiami, uniti a quelli di merli e passeri. Il gallo sbatte le ali e con tutto il fiato che ha in corpo manda ripetuti chicchirichì. Non c’è bisogno della sveglia del gallo per gli abitanti della fattoria.  Nella casa “al cunvent” è tutto un andirivieni di persone indaffarate. Si sentono ordini, si corre, si prendono gli attrezzi già pronti dal giorno prima.    
Oggi inizierà la mietitura del frumento, un evento importante per tutta la comunità.     
Sotto l’albero grande del frassino “frassan” alcuni uomini avevano piantato per terra  “la pianta” un grosso chiodo di ferro, con il martello, hanno battuto su quel ferro, la falce fienaia “fer da sgar” per renderla più tagliente. Le donne hanno preparato: la falce “sghet”, quello dell’insegna dei comunisti, e i “balzi” per legare i fasci di spighe di frumento “le faie”.
   Ieri alcuni mietitori hanno tagliato il frumento ai bordi del campo per permettere il passaggio dei mezzi meccanici.
Alle quattro una gran comitiva si avvia verso il biondo campo di grano. Nella rimessa “barchessa” adibita a ricovero degli attrezzi agricoli si procede a scaldare, con la bombola a gas, la camera di scoppio del Landini L25 “mutor”  con volano esterno. Il robusto mio fratello maggiore Raimondo, con un forte colpo al volano, fa partire il trattore a testa calda. Un grande fumo bianco e un intenso odor di nafta si sparge nell’aria, lenti e sempre più veloci e ritmici scoppi del motore rompono il silenzio mattutino. Mia sorella Ivana aggancia la segatrice meccanica “la sgadora” e insieme al fratello raggiungono gli altri.  Calata la barra falciante si inizia a tagliare il frumento. Con una manovra combinata l’operatore che sta sulla segatrice lascia libera una leva, tenuta dalla pressione del piede destro, poi con un largo forcone “pizza gal” lascia a terra il contenuto di una “faia” di frumento. Mio padre e mia madre sono insieme ai mietitori tutt’intorno al campo, appena transita il trattore e la segatrice, si adoperano a raccogliere il mazzo di spighe e a legarle con i balzi ricavati da un’erba lacustre “caret” che cresce sulle sponde dei fossi, viene  fatta essiccare, intrecciata a mano e annodata all’estremità. Le “faie” così prodotte vengono, delicatamente, allontanate per permettere il successivo passaggio “dal mutor e d’là sgadora”.
Il campo, a me, sembra sconfinato. Giallo e luccicante. Sono poco più alto delle spighe. Sento l’odore della paglia appena tagliata, cammino a piedi scalzi tra le “stoppie”. Vedo in aria le rondini che con volo radente cacciano qualche insetto, coccinelle “buarine”.  La grande distesa di frumento è interrotta solo dalla lunga fila di pioppi  “piope” dalle verdi chiome che stanno ai lati di uno stradone, che collega la fattoria  alla strada principale. L’alba è azzurrognola e l’aria è ancona fresca. Tutto il campo brulica di gente che segue il trattore e la segatrice, ognuno lavora con allegria e sveltezza, si fanno prove di forza, sembra non facciano fatica ad affastellare i covoni “crusete”.   Il sole è già alto, la lunga ombra dei pioppi si è ritirata vicino alla pianta, la polvere, secca la gola. Un ragazzino “fiol” con una sporta di paglia e due fiaschi, uno d’acqua preso alla pompa ed uno di vino annacquato, porge, ai mietitori perché ne bevano “ un mescul parchè iè sedià”.
Alle sette è finito il primo turno “quart” di lavoro ci si ferma per fare colazione “cazion” tutti mostrano gran appetito “sghissa”. Il bovaro “buar” fa abbeverare  “ all’albi” i buoi e con la frusta “scùria” aveva fatto sentire un paio di schiocchi in aria per ottenere la loro attenzione.
 I ragazzini giocano all’ombra “mussa, puli scena baccalà, maghin, s’cianco, lipa, cut”.
Si torna ad affilare i ferri del mestiere.
 Sul campo di frumento, la domenica delle palme, mio padre ci aveva piantato una semplice croce di legno, formata da due bastoncini di salice, con legato un rametto d’ulivo per scongiurare la grandine. Analoga operazione faceva mia nonna Matilde - bruciava alcune foglie d’ulivo benedetto quando i temporali minacciavano grandine (i più pericolosi –dicevano- provenivano dal Garda).  La mietitura non si doveva mai iniziare di venerdì, chi iniziava in quel giorno rischiava di non finirla.
Ora tutto il taglio si è completato, sul campo i covoni di “faie” raccolte a croce stavano lì come guardiani silenziosi del campo, in testa un’ ulteriore fascio “al gal” che nell’ombra della sera prendeva sembianze  umane. Stavano fermi pronti per essere caricati e portati, con carro e buoi, nel grande cortile per la trebbiatura.  L’indomani alcune donne, con i figli minori, sarebbero andate nel campo a spigolare (spigar).
…..Me ne andavo al mattino a spigolare Quando ho visto una barca in mezzo al mare: Era una barca che andava a vapore, E alzava una bandiera tricolore. ….“ricordi di scuola”.
Le spigolatrici portavano un sacco di tela legato ai fianchi, curve sul terreno prendevano le spighe cadute a terra durante la lavorazione di mietitura. Stendevano le spighe sull’aia le battevano con apposito attrezzo: due legni legati tra di loro da una pelle essiccata  di anguilla “varzela”. Per dividere il frumento dalla pula, lanciavano a ventaglio frumento e pula, con una pala, contro vento. Il frumento più pesante andava lontano e la pula restava dietro.
  Ed ecco là in fondo allo stradone una grossa macchia rossa che avanza, tutti i ragazzini saltellano felici e per vedere meglio si arrampicano sui rami del frassino. Davanti un fumante trattore lentamente la traina.   E’ la trebbia “Orsi” seguita dalla pressa “l’imballadora”.  A me l’imballatrice ha sempre fatto paura, con la sua ritmica ed inesorabile bocca di coccodrillo spingeva la paglia uscita dalla trebbia con forza dentro ad una corsia di forma rettangolare dove uno stantuffo la pressava. Ai lati due persone che si tenevano coperti, bocca e naso, dalla polvere con un fazzoletto legato al collo, legavano con il fil di ferro le balle di paglia "inguciar". Era compito di noi bambini attorcigliare e tirare il fil di ferro. Due operai con due  legni “angun” le portavano sul pagliaio “balara” dove noi ragazzini correvamo sopra e ci lanciavano al volo su cumuli di paglia.
 La trebbia veniva sistemata al centro del cortile. Il meccanismo veniva fatto funzionare da un trattore sistemato ad una decina di metri. Il collegamento tra le pulegge avveniva attraverso una grossa cinghia “zangion”.  Dalla parte alta gli uomini facevano entrare le “faie”, appositi setacci separavano il frumento dalla pula e dalla paglia. Forti uomini si caricavano i sacchi di frumento ed andavano a svuotarli sull’aia ad una ventina di metri. Il cumulo di frumento “mota” veniva successivamente disteso al sole per la finale essiccatura. La sera era di nuovo accumulato e coperto da un telo “tlon”. La notte si faceva la guardia per la paura di furti. Quand’era disteso toccava a noi bambini girarlo e rigiralo "spatzaz" con i piedi: erano giorni belli e giocosi, quanti “tuffi” sui cumuli di frumento. La sera pieni di polvere si andava nel canale di scolo a fare il bagno nell’acqua, a quel tempo, pulita.
Dopo qualche giorno di sole il frumento è pronto per il granaio. Mio padre (come l’uomo del monte) aveva affondato il braccio nel cumulo, preso una manciata e fatto scorrere tra le dita, ne aveva schiacciato, con i denti, alcuni chicchi. A voce alta aveva detto: “è pronto” . Il capo dei contadini prendeva una grossa pala “palon” e riempiva lo staro, circa 25 kg. Tre stari per ogni sacco. Caricato il sacco sulle spalle si saliva una scala fino al granaio  al secondo piano.
La sera, stanco mi sono addormento in braccio a mia madre.
Durante la guerra il grano era razionato e non lo si poteva commerciare o trasportare liberamente.
Mi raccontava Ahtos che, mentre trasportava con biroccio “buroz” e cavallo dei sacchi di frumento fu fermato da due carabinieri i quali gli chiesero cosa trasportasse. Con molta calma e indifferenza rispose: “smenza ad paia” e non disse “frumento”, che è la stessa cosa. Le guardie non compresero e lo lasciarono
passare.
                                                                                                                                      FerMala

domenica 15 luglio 2012

Olio essenziale

Ieri siamo andati alla raccolta della lavanda. Ho visto come si ricava l'olio essenziale.
Un olio profumatissimo ed è un vero tocca sana.  L'ho visto fare ed ho voluto copiare.
Ho preso una pentola a pressione, un tubo di rame, a due bottiglie di vetro ho tagliato, ad una il fondo, all'altra il collo e inserite una dentro l'altra.  Nella pentola ho messo, un litro d'acqua, inserita una griglia cuoci verdure per tenere sopra l'acqua i fiori di lavanda. Un fornello elettrico per produrre calore, dopo una decina di minuti inizia la distillazione, dalla serpentina esce un composto di acqua e olio l'acqua esce dal fondo in superficie resta l'olio essenziale. Si preleva con con una siringa e si mette in un piccolo contenitore con dosatore di vetro scuro. "è profumatissimo".
n.b. in erboristeria sarebbe costato molto meno.

sabato 7 luglio 2012

Kiwi - strage




Ho finito di diradare il kiwi. (varietà hajward)
Una strage di frutti, non conformi a quanto richiede il mercato. 
I frutti piccoli, deformi, appiattiti sono stati recisi e lasciati a terra. 
I rimasti avranno più spazio per crescere, belli forti dolci per deliziare il palato e... l'occhio.
Il kiwi è il frutto, delizioso, dell'actinidia, pianta dioica.
E' di origine cinese, dove cresce spontanea nella valle del fiume azzurro.
Il nome kiwi è stato dato dai neozelandesi che hanno preso spunto dall'uccello che vive e rappresenta la Nuova Zelanda.

mercoledì 4 luglio 2012

Porta l'"angoria"


 L'anguria o cocomero (Citrullus lanatus) famiglia delle cucurbitaceae è un frutto estivo che si gradisce fresco e in compagnia.
Vi presento uno dei miei "inutili" attrezzi il  porta  l' "angoria" 
... Tu porta l'anguria che ..... con un attrezzo così sarà più gustosa.

venerdì 29 giugno 2012

Raccogli fichi

Semplice ed utilissimo attrezzo, fatto in casa, per raccogliere i fichi più alti.

p.s. ... fate entrare il fico, da cogliere, nel barattolo dentato, spingere verso l'alto sino a quando il picciolo  entra nei denti taglienti, far girare e il fico si stacca.

mercoledì 27 giugno 2012

Fichi, beccafichi, S.G.B.

Ficus carica
Fichi fioroni
E' stagione di fior di fico le notti calde favoriscono la produzione dell'infiorescenza carnosa del fico.
Resiste bene alla siccità e ai terreni salsi e incolti, in particolare come apparato radicale di una pianta da clima semidesertico, le radici sono molto invasive, per cercare l'acqua possono penetrare negli scantinati e tubature. È una delle poche piante da frutta che resista senza problemi a climi aridi. D'inverno sopporta temperature attorno ai 10 gradi C°.


Beccafico (sylvia borin).  Ho notato che i fioroni piacciano anche a questo uccello dal delizioso canto. 

Il 24 giugno è il giorno di San Giovanni Battista. 
Da questa data (decollazione di S.G.B.)  si possono raccogliere le noci per preparare il nocino, tagliare le spighe di lavanda per essiccarle e confezionare sacchetti, raccogliere la menta ..... e tante altre operazioni di taglio.

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Gazebo




Eseguito con la supervisione di mio figlio, che ha imposto l'architettura.
Utilizzati solo materiali di recupero e riciclati.
Lo stile non è ben definito, ma è funzionale.
"amici vi aspetto, quest'estate, a godere della frescura e della mia ospitalità"

lunedì 25 giugno 2012

Croce madreperla


Croce latina con forme di madreperla da conchiglie di fiume e di mare.
numeri:  4 – 7 – 12.
gli evangelisti, … i colli di Roma, ... gli apostoli.
Al centro il disco di madreperla da ostrica di mare.
 … il mare alimenta, (al contrario), i fiumi, i piccoli ruscelli, la singola goccia d’acqua, che è ognuno di noi.

seguo il giorno
che cammina,
incantato
dai suoni,
dalle luci,
dai colori,
dai riflessi.
Ho tutto.