venerdì 26 aprile 2013
venerdì 22 marzo 2013
Prati in fiore
"I prati sono in fiore" finalmente la primavera è arrivata, i campi mostrano le viole e l'aria profuma di nuovo.
Anche se non è più la rondine sotto il tetto che a San Benedetto ci segnalava l'arrivo della bella stagione un nuovo giro attorno al sole è iniziato ( per me l'anno inizia il 21 marzo) lo trascorreremo insieme.
Dal 28 (luna calante) inizierò le semine e l'imbottigliamento del vino.
venerdì 15 marzo 2013
Cantinole
Sono due porta bottiglie di vino formati da colonne per nove bottiglie di vino che devrà essere buono di suo. In alto andranno messi tre vini rossi di più alto invecchiamento, al centro tre vini rosati o rosso giovane e in basso tre bottiglie di vino bianco.
Questa disposizione è consigliata in funzione della temperatura ambiente, che è più alta verso l'alto e man mano che si scende è più fresca tale da mantenere il vino alla temperatura più vicina a quella di mescita.
Le bottiglie sono inclinate di 30 gradi per mantenere il tappo non a contatto con il vino e permette ad eventuali depositi di raccogliersi sul fondo.
Ogni una delle "cantinole" è unica nel suo genere è realizzate per due sconosciuti amici di Milano e di Cosenza "buon pro vi faccia".
mercoledì 6 marzo 2013
lunedì 11 febbraio 2013
Collana Pellerossa
Realizzata con gli artigli dell’aquila dal
collo bianco.
Mio
nipote ha notato, appesa ad un lato del camino, una collana con artigli. Ha
chiesto che cos’era e come l’ho avuta,…. ed ho iniziato a raccontare.
… Anch’io sono
stato giovane e sono cresciuto a pane e film western. Ho amato Tex Willer,
Django e tutte le vicende del Texas dei mitici pistoleri che combattevano
l’ingiustizia con le loro azioni. Ho visto tutta l’epopea dell’America, delle
tribù degli indiani per i quali ho provato sentimenti contrastanti tra odio e
amore.
Poi, durante il
periodo di convalescenza, per l’intervento di appendicite, ho letto un gran
numero di libri dedicati ai pellerossa, al loro modo di vivere, delle loro
gesta e delle battaglie contro chi gli aveva occupato il territorio.
Hai mai visto i
cartoon dell’orso Yoghi? E Bubu? I simpatici orsi sempre in cerca di cestini
dei visitatori del parco, il loro parco si chiamava Jellystone, (gelatina di pietra) ma poco importa il
riferimento al parco di Yellowstone era chiaro. Quei libri, quei film mi hanno fatto
nascere la curiosità insieme al desiderio di fare un “salto” in America per conoscere e incontrare
gli indiani.
Sarei andato a trovarli nelle loro riserve del parco di Yellowstone
– (pietra gialla) (il parco nazionale di Yellowstone si trova
nell’America del Nord - Stati Uniti nell'estremo settore
nord-occidentale dello stato del Wyoming,
occupando un'ampia zona delle Montagne
Rocciose, è il più antico parco nazionale del mondo, fondato nel 1872)
L’occasione mi si è
presentata nel 1975 quando a Vicenza ebbi modo di conoscere un militare
americano originario del Wyoming. Diventammo amici e fu lui che mi illustrò il
parco e mi diede l’opportunità di conoscere un vero nativo americano della
tribù dei Shoshoni.
Il parco ha
diversi corsi d’acqua, il più importante dà il nome al parco. Un altro fiume
dal nome buffo che tradotto in lingua locale significa acqua puzzolente. Sai che noi chiamiamo impropriamente indiani
solo perché un certo Cristoforo Colombo credeva di essere arrivato in India, è
bene chiamare quaelle persone con i nomi delle loro nazioni o tribù. Hopi,
Shoshoni, Piedi Neri, Cheyenne, Ahpache, Navaho, Kiowa, Lakota, Cherokee e
tanti altri.
Questo luogo è uno
spettacolo naturale unico e tanto vario, è costituito da una serie di
altipiani, di grandi praterie, da folti boschi e da profondi canyon che creano
magnifiche cascate. Sono presenti lunghi sentieri, dal tipico nome indiano, (sentiero rosso, della montagna, della terra
che scotta)..
In certi luoghi, mentre
cammini e sei distratto dalla bellezza della natura, senti il caldo sotto i
piedi e come per magia si ode un grande sbuffo e una colonna d’acqua e vapore
si alza a poche decine di metri per uno spettacolo unico che si ripete ad
intervalli regolari, sono i geyser sorgenti calde fino a 200 gradi centigradi.
Il più potente di questi crea una colonna d’acqua alta come il campanile del
mio paese. Nel parco vi sono formazioni rocciose che lo rendono unico al mondo.
Questa oasi naturale è popolata da specie di animali rari, e
purtroppo alcune in via di estinzione. Lupi
grigi, bisonti dalla caratteristica gobba, l’orso bruno, l’alce, la capra delle
nevi, il puma dal manto nerissimo e l’aquila dalla testa bianca. Devo dirti che
non li ho visti tutti questi animali, ma ad ogni angolo di strada o mulattiera
un cartello ne dava segnalazione. …. Anche l’orso grizzly presente nei boschi,
ma del quale non avevo nessuna voglia di fare conoscenza.
Il parco è ormai
invaso da visitatori di ogni nazione e specie, varie strutture di accoglienza per
turisti rovinano un po’ i paesaggi
meravigliosi, gli splendidi rossi tramonti e il silenzio che è la vera
atmosfera del luogo.
Mi sono reso conto
di essere arrivato quando ho visto un cartello che mi indica la riserva degli
Shoshoni. Uno stretto ponte per attraversare
un fiume che fa da confine con la riserva e subito inizia un deserto arrido e privo di vita ed è proprio lì
che vivono relegati gli indiani d’America. Strade sassose arride e poco curate. I pellerossa erano i padroni di quella terra
ora sono chiamati “minoranza etnica” e sono costretti a vivere nascosti nelle
riserve loro destinate. Anche se non vivono più nelle tende, ma in modeste
case.
La mattina che sono
arrivato ed ho incontrato il mio accompagnatore indiano dal nome Kewedinock (primavera felice), stavo per alzare la
mano e pronunciare il classico “haug”,
il saluto che avevo imparato nei film western ma lui mi precedette con questo
classico saluto.
La giornata era
bella, il cielo sereno di un azzurro pulito e un sole caldo. Sulla riva del fiume
un solitario pescatore con una rozza canna attendeva calmo l’abboccare di un
pesce.
Il mio “pellerossa” faccia rugosa e capelli lunghi lisci e
nerissimi, teneva tra i denti la canna di una pipa in pietra dove aspirava
abbondanti boccate di fumo, la tolse di bocca e me la offrì in segno di pace e
di amicizia. Io non fumo, ma non ho potuto rifiutare, dopo la prima boccata mi
sono messo a tossire e il mio amico si è messo a ridere esclamando “waps - ah! Voi bianchi!”.
Prima di
quell’incontro avevo visitato tutto quello che si poteva vedere, musei con
attrezzi e vestiti indiani dell’epopea americana, mi ero preparato ed ora quel
posto mi sembrava particolare, forse gli spiriti indiani erano con noi.
Si respirava
l’atmosfera del tempo passato, i miei pensieri andavano a ritroso quando quelle
cittadine erano accampamenti con le tende di pelle di bufalo e la vita scorreva
serena e rispettosa della natura.
Ho voluto,anch’io,
piantare la mia tenda “tecnologica”
di nylon su quelle terre, eravamo a 2000
metri e l’aria era fresca e frizzante, qualche animale si vedeva di tanto in
tanto, durante le passeggiate ne sentivo la presenza, ho visto da lontano pochi bisonti, non erano così numerosi come
nel film di “Balla coi lupi”.
Ho detto tante parole
che erano insieme domande e le risposte che volevo sentire, lui annuiva e
sorrideva.
Ho suonato con lui il
tamburo, intonato una nenia indiana e indossato il suo copricapo con tante
piume colorate che si era realizzato insieme a tradizionale vestito.
Al tramonto di quel
primo giorno, un gran battere di tamburi e pellerossa nei tipici costumi delle tribù si radunarono attorno ad
un grande fuoco acceso ed ad un Totem che aveva la forma di un grande uccello con
le ali aperte.
Gli indiani che
sembravano spariti d’incanto ne apparve una moltitudine con cavalli e squaw (ragazze) con lunghe treccine per la loro festa propiziatoria
annuale la “danza del sole” (sundance) che dura quattro giorni, si
danza guardando il sole, il ritmo dei tamburi echeggia per tutta la spianata e
ti travolge e ti invita a partecipare. Si
svolge ogni anno a cavallo del solstizio d’estate. Quattro giorni indimenticabili completamente
coinvolto nei loro canti, danze e mangiare insieme a gente amichevole.
Il mio
accompagnatore mi disse che ormai lo spirito indiano non c’è più, i giovani
studiano nelle scuole e imparano a vivere come i bianchi e imitano il loro
stile di vita, vestono alla moda, usano l’auto e alla nostra musica
preferiscono la “tecno” o il “rock”. Poi continuò – non ci sono più le grandi
praterie, le mandrie di cavalli, la caccia e la tranquillità d’un tempo quando
si seguivano i ritmi dettati della natura. Queste feste sono più per i turisti
e per quei pochi nativi che sentono ancora il richiamo del loro popolo e degli
antenati, vengono in riserva una volta all’anno bardati con vestiti acquistati
ai grandi magazzini come se fosse un carnevale. Dopo un attimo di silenzio,
preso dalla nostalgia, si chinò e mi sussurrò all’orecchio: “domani ti porto a
vedere il nido delle aquile dal collo bianco, un uccello sacro per noi indiani”.
Il sole non era ancora sorto, ma la luce
rischiarava quell’alba fresca, il cielo era di un colore indaco, pulito e
sgombro da nuvole. La strada da percorrere era lunga (sentiero della montagna e dell’aquila dal collo bianco) . Il mio
amico aveva già sellati due cavalli “Appaloosa". Montati in groppa ci
incamminammo lungo il sentiero che attraversa un folto bosco e sale sempre più
in alto verso la montagna. Dopo un paio d’ore giungemmo alla fine di quel
intricato scuro bosco. Le piante si erano diradate e di fronte a noi l’immagine
maestosa di una montagna rocciosa che alla luce del sole sembrava color ocra. Ai
margini del bosco costruimmo un piccolo recinto con delle funi dove mettemmo i
cavalli a brucare la poca erba. L’indiano
mi indicò dove stavano le aquile. Lasciato lo zaino e gli indumenti più pesanti
ci accingemmo a raggiungere la parete per scalarla. Si saliva lentamente, senza
chiodi o corde di sicurezza. Tastavo la solidità delle rocce con le mani e poi
quelle dei piedi e salivo come l’uomo ragno. Dopo un centinaio di metri, di
lenta salita, mentre stavo per toccare l’ennesima roccia misi impropriamente
una mano nel bel mezzo di un nido d’aquila, sentii un morbido pulcino che
subito emise un forte pigolio. Mamma aquila lo sentì mentre roteava alta nel
cielo limpido, rispose a quel richiamo e anche lei emise forte un grido che si
sentì distintamente e subito calò in picchiata. “Attento” mi gridò il mio compagno di scalata.
Non ebbi il tempo di girare lo sguardo che l’aquila mi stava attaccando alle
spalle infilandomi i suoi poderosi ed affilati artigli nella carne appena sotto
la scapola destra provocandomi una profonda e sanguinante ferita. Con una mano cercai di divincolarmi da quella
dolorosa presa, mentre con l’altra cercavo di tenermi stretto alla montagna. Quando
la “battaglia” terminò e riuscii a liberarmi dagli artigli dell’aquila dal
collo bianco mi allontanai in fretta dal nido scendendo ai piedi della
montagna. Mi batteva forte il cuore, il respiro affannoso, una grande paura e
una dolorosa e sanguinante ferita che mi fece allontanare in fretta da quel
posto. “L’aquila voleva difendere il suo pulcino ed era riuscita scacciandomi”.
Durante il ritorno ci riposammo in una grotta dove l’amico indiano trovò i
resti di un’aquila uccisa da un coyote, staccò gli artigli e raccolse una piuma della
coda che diresse verso il sole, la posò su ad fiore pronunciando frasi
incomprensibili, dopo questa breve cerimonia passò la piuma sulla mia ferita
dicendomi che sarei guarito in fretta.
La ferita profonda
non mi fece dormire. Quella notte un violento
temporale attraversò ed oscurò il cielo scaricando lampi giganteschi e tuoni di
intensità mai sentita, come se lo spirito dell’aquila mi volesse ancora castigare.
Porto ancora evidenti
i segni di quegli artigli sulla schiena. Kewedinock con gli artigli dell’aquila trovata nella grotta
realizzò per me una splendida collana
che conservo ancora: “ed è quella che vedi”.
Prima di salutarmi mi regalò una frase – “nella vita non ci
sono brutti giorni, per quanto tempestoso possa essere ogni giorno è buono e
utile perché vivi”.
Non sono più tornato
nella terra dei “pellerossa”, anche se mi ero più volte ripromesso di farlo, il
mio amico Kewedinock al solstizio d’estate mi chiama, non con segnali di fumo,
per telefono, .
…. di tanto intanto, nelle calde notti d’estate di luna
piena risento lontano il richiamo di quei tamburi e i canti degli indiani Shoshoni.
Feb.2013 FerMala
martedì 29 gennaio 2013
Potatura kiwi
E’ tempo di
potatura dell’Actinidia chinensis (kiwi)
La potatura
è la regolazione dell’equilibrio vegetativo e produttivo.
Dicono che il primo potatore fosse stato un asino che brucava rami di vite.
Oggi le tecniche di potatura sono di molto migliorate rispetto al passato e si deve fare molta attenzione. Per ogni pianta una potatura specifica.
L’actinidia è una pianta dioica (piante maschio e piante femmina).
Le mie piante sono hayward per le femmine e toumuri per i maschi.
Alle piante femminili necessita di una potatura drastica invernale e due estive, una per il taglio di succhioni, ed una seconda un mese prima della raccolta dei frutti per dar loro luce ed aria.
Vanno lasciati i rami nuovi, generati nella stagione estiva, che hanno la dimensione delle dita di una mano dove presentano gemme rigonfie che daranno fiori e frutti.
I rami, posti ad un a distanza tra loro di almeno un ventina di centimetri, vanno curvati verso l’esterno e legati alla stessa altezza del tralcio con la cima rivolta verso il basso.
Per le piante maschili la prima potatura dovrà essere leggera invernale, vanno lasciati tutti i rami che fanno fiore, ed una seconda drastica dopo la fioritura.
Nella pianta maschile i rami vanno lasciati liberi affinché il vento ne scuoterà il fiore per diffondere il polline.
I tagli dovranno essere netti e irrorati di soluzione di rame.
Questo è anche il periodo per la concimazione affinché gli elementi nutritivi siano a disposizione della pianta quando inizieranno le temperature miti.
Dicono che il primo potatore fosse stato un asino che brucava rami di vite.
Oggi le tecniche di potatura sono di molto migliorate rispetto al passato e si deve fare molta attenzione. Per ogni pianta una potatura specifica.
L’actinidia è una pianta dioica (piante maschio e piante femmina).
Le mie piante sono hayward per le femmine e toumuri per i maschi.
Alle piante femminili necessita di una potatura drastica invernale e due estive, una per il taglio di succhioni, ed una seconda un mese prima della raccolta dei frutti per dar loro luce ed aria.
Vanno lasciati i rami nuovi, generati nella stagione estiva, che hanno la dimensione delle dita di una mano dove presentano gemme rigonfie che daranno fiori e frutti.
I rami, posti ad un a distanza tra loro di almeno un ventina di centimetri, vanno curvati verso l’esterno e legati alla stessa altezza del tralcio con la cima rivolta verso il basso.
Per le piante maschili la prima potatura dovrà essere leggera invernale, vanno lasciati tutti i rami che fanno fiore, ed una seconda drastica dopo la fioritura.
Nella pianta maschile i rami vanno lasciati liberi affinché il vento ne scuoterà il fiore per diffondere il polline.
I tagli dovranno essere netti e irrorati di soluzione di rame.
Questo è anche il periodo per la concimazione affinché gli elementi nutritivi siano a disposizione della pianta quando inizieranno le temperature miti.
lunedì 14 gennaio 2013
Sole in deposito
Il sole se ne sta lì in deposito pronto ad uscire per riscaldarci e a far risvegliare la natura.
Ho ancora tutta da sistemare, orto e piante da frutto.
Aspetto il bel tempo dopo lunghi giorni di nebbia padana.
Sono solo, avvolto dalla nebbia.
Lassù c’è il sole, il tempo è calmo e tutt'intorno è silenzio.
Lontano il rumore di un’auto che procede lentamente.
Tutto è bagnato, umido, gocciolante.
Sento il mio passo che incede rumoroso sulle foglie secche
Passa veloce una tortora, la sento dallo sbattere di ali.
Nel mio boschetto è tutto buio, scorgono tre forme bianche(?)
Sento stridere le gazze e le ghiandaie.
Tutto tace, mi fermo e osservo le gocce che si formano sui rami
e poi pigramente scendono, si staccano e cadono sulle foglie morte a terra.
E’ la nebbia che ti avvolge, ti isola e ti lascia solo.
E' l'odore di questo inverno che tarda finire.
Lassù c’è il sole, il tempo è calmo e tutt'intorno è silenzio.
Lontano il rumore di un’auto che procede lentamente.
Tutto è bagnato, umido, gocciolante.
Sento il mio passo che incede rumoroso sulle foglie secche
Passa veloce una tortora, la sento dallo sbattere di ali.
Nel mio boschetto è tutto buio, scorgono tre forme bianche(?)
Sento stridere le gazze e le ghiandaie.
Tutto tace, mi fermo e osservo le gocce che si formano sui rami
e poi pigramente scendono, si staccano e cadono sulle foglie morte a terra.
E’ la nebbia che ti avvolge, ti isola e ti lascia solo.
E' l'odore di questo inverno che tarda finire.
domenica 23 dicembre 2012
lunedì 17 dicembre 2012
giovedì 22 novembre 2012
mercoledì 14 novembre 2012
La rota ad Po
14 novembre 1951 – la mia alluvione. “la rota ad Po”
Ho, da poco meno di
un mese, compiuto quattro anni. Da ore, da giorni, da settimane cade la pioggia
e tutto è fradicio, la vedo cadere
copiosa, la sento battere sui coppi che coprono il tetto della nostra casa. Una
grande fattoria con tutti gli animali che “usavano” quel tempo. Nella stalla un
gran numero di vacche con i loro allegri vitellini. Due cavalli, galline,
faraone, tacchini e due grossi maiali, che avevano il destino segnato da li a
poche settimane. Completavano l’allegra compagnia un grosso cane lupo ed un
gatto rosso. Il cane Leon, andava avanti e indietro sempre per lo stesso percorso, obbligato da un filo di ferro fissato
tra la casa e la stalla dove scorreva la lunga catena che aveva attaccata al collo.
Nei volti e nelle espressioni della gente si intravvedeva tanta preoccupazione, frasi sottovoce, azioni preparatorie disposizioni che a quel tempo non capivo. “Il fiume Po minacciava di rompere gli argini”.
La preoccupazione più grande era che ciò avvenisse a Ficarolo, dove il fiume fa un’ansa quasi ad angolo retto, in quel punto, la forza delle acque poteva rompere l’argine sinistro e riversare tutta la sua massa distruttrice verso la nostra casa. Anche se distante qualche chilometro, il borgo di case era proprio sulla direttrice dell’eventuale corso d’acqua. La pioggia continuava a cadere abbondante. Tutti gli abitanti del borgo si stavano preparando al peggio ed avevano caricato le poche cose che possedevano sul carro, pronti per portarle in salvo sull’argine del Po.
Nei volti e nelle espressioni della gente si intravvedeva tanta preoccupazione, frasi sottovoce, azioni preparatorie disposizioni che a quel tempo non capivo. “Il fiume Po minacciava di rompere gli argini”.
La preoccupazione più grande era che ciò avvenisse a Ficarolo, dove il fiume fa un’ansa quasi ad angolo retto, in quel punto, la forza delle acque poteva rompere l’argine sinistro e riversare tutta la sua massa distruttrice verso la nostra casa. Anche se distante qualche chilometro, il borgo di case era proprio sulla direttrice dell’eventuale corso d’acqua. La pioggia continuava a cadere abbondante. Tutti gli abitanti del borgo si stavano preparando al peggio ed avevano caricato le poche cose che possedevano sul carro, pronti per portarle in salvo sull’argine del Po.
Il
mattino di lunedì 12 a mia sorella di undici anni erano state tolte le
tonsille, all’ospedale di Santa Maria Maddalena ed era stata sistemata per la
convalescenza da Ignazio, lo zio di mio padre, che abitava a qualche centinaio
di metri dall’argine del Po. Sistemata
la bambina, mia madre ritornò a casa per preparare una leggera
minestrina da portarle. Era giunta ormai l’ora di
pranzo a casa di Ignazio, la moglie , aveva già preparato per loro una
pastasciutta condita con un ragù a base di salame, impietositi dalla bambina che li guardava mangiare non si
fecero scrupolo e ne fecero un bel piatto anche per lei, che incurante del
proprio malanno mangiò, deglutendo a fatica i grossi pezzi di pasta e salame.
La notte aveva fatto luna piena, la pioggia batteva con insistenza sui coppi e una luce tetra rischiarava di tanto in tanto il buio notturno. Il 14 mattino si portarono tutti gli animali che si potevano sull’argine del Po. Ho visto l’acqua schiumosa correre veloce trascinare alberi interi, il fiume era pieno fino all’orlo, sembrava che nel mezzo l’acqua fosse più alta della riva perché non si scorgeva la riva opposta, l’acqua limacciosa arrivava fin sopra l’argine, dove instancabili uomini continuavano a mettere sacchi riempiti di terra per fermarla. Appena sotto l’argine spuntavano i fontanazzi e bisognava correre subito a bloccare la fuoriuscita dell’acqua. I nostri buoi erano legati con la cavezza al carro, dove i miei avevano disposto sopra un telone a protezione della pioggia, noi eravamo sistemati sotto. Alla casa era rimasto Clemente, un altro zio di mio padre, a governare i pochi animali rimasti, lui aveva anche una decina di pecore sul fienile. Nel pollaio avevano disposto delle fascine di legna dove i polli si sarebbero posati in caso di allagamento, mentre nel granaio erano state messe le faraone e i tacchini.
La notte aveva fatto luna piena, la pioggia batteva con insistenza sui coppi e una luce tetra rischiarava di tanto in tanto il buio notturno. Il 14 mattino si portarono tutti gli animali che si potevano sull’argine del Po. Ho visto l’acqua schiumosa correre veloce trascinare alberi interi, il fiume era pieno fino all’orlo, sembrava che nel mezzo l’acqua fosse più alta della riva perché non si scorgeva la riva opposta, l’acqua limacciosa arrivava fin sopra l’argine, dove instancabili uomini continuavano a mettere sacchi riempiti di terra per fermarla. Appena sotto l’argine spuntavano i fontanazzi e bisognava correre subito a bloccare la fuoriuscita dell’acqua. I nostri buoi erano legati con la cavezza al carro, dove i miei avevano disposto sopra un telone a protezione della pioggia, noi eravamo sistemati sotto. Alla casa era rimasto Clemente, un altro zio di mio padre, a governare i pochi animali rimasti, lui aveva anche una decina di pecore sul fienile. Nel pollaio avevano disposto delle fascine di legna dove i polli si sarebbero posati in caso di allagamento, mentre nel granaio erano state messe le faraone e i tacchini.
Mia
madre, era al sesto mese di gravidanza ed oltre a me aveva altri due figli quando
le campane del pendente campanile di Ficarolo incominciarono a suonare a
martello. “Il Po ha rotto l’argine a Bergantino”, la notizia risultò poi falsa,
ma fu sufficiente per seminare il panico tra la gente “bisognava fare in fretta
e rifugiarsi sugli argini perché l’acqua sarebbe arrivata da lì a poco”. I miei
due fratelli si trovavano a casa, quando la notizia si diffuse, mia madre tornò
di corsa dall’argine del Po e iniziò a gridare da lontano per richiamare la
loro attenzione affinché anche loro si mettessero al sicuro.
La sera di mercoledì 14, un grosso boato scosse la popolazione di Occhiobello: “Il Po ha rotto l’argine a Malcantone”. Fino al mare un’enorme distesa d’acqua. Sarà questa l’alluvione più estesa che possa ricordare l’Italia. Prima l’acqua percorse in senso inverso i canali di scolo. Quello che avevamo dietro casa nostra aumentava di minuto in minuto la propria portata. Il ponte, per arrivare a casa nostra, ne ostruiva il corso e l’acqua, come un in enorme getto spruzzava rumorosamente dalla parte opposta provocando un’enorme buca che rimase visibile per anni. Lo zio Clemente stava cenando quando sentì l’acqua bagnargli i piedi. In fretta si spostò al piano superiore, dove stavano le faraone, guardava l’acqua salire di gradino in gradino alla fiocca luce della candela. Venne il giorno che la tempesta si fermò, smise di piovere e ritornò il sole. L’acqua era uscita quasi tutta dall’alveo del fiume, restava un piccolo corso che continuava ad alimentare l’enorme “lago Polesine”. Il Po ora sembrava in una secca estiva. Sull’ argine centinaia di persone con i loro fagotti di misere cose sistemate alla meno peggio. Acqua da tutte le parti, solo un lungo argine su cui eravamo naufraghi su ad una lunga isola, uniti a tanti altri disperati. Eravamo riparati sotto il telone che d’estate copriva il frumento sull’aia. Ricordo i buoi, con le lunghe corna, a mangiare fieno. Poi il camion di mio zio Camillo, mia madre che con forza mi costringeva a salire insieme a mia sorella ed io che non volevo andare. Emisi, forte, due bestemmie, la terza non ebbi il tempo di pronunciarla perché mi arrivò una sberla di immane potenza che mi ruppe le labbra: “non ho mai più bestemmiato”. Fui messo sul camion direzione Ferrara, da zia Fernanda, dove rimasi fino a quando le acque si ritirarono. Tornati a casa restavano le pulizie per liberare le stanze dall’acqua. Noi bambini stavamo sempre a giocare nelle pozze d’acqua, dove si trovava anche qualche piccolo pesce. I miei fratelli più grandi invece erano intenti a pulire la casa dal fango portato dall’acqua.
In quella grande casa avevamo un locale adibito a cantina, per accedervi bisognava scendere un paio di gradini. Durante la piena le botti, piene del vino novello, si erano girate e spostate dalla loro sede, mio padre aprì la porta e dimenticando gli scalini ancora coperti dall’ acqua, fece un passo per entrare e profondò fino alla cintura. Ci mettemmo tutti a ridere, capimmo che il peggio era passato e che stava ritornando la tranquillità e l’allegria. Avevamo scampato il pericolo, si poteva ricominciare.
FerMala
La sera di mercoledì 14, un grosso boato scosse la popolazione di Occhiobello: “Il Po ha rotto l’argine a Malcantone”. Fino al mare un’enorme distesa d’acqua. Sarà questa l’alluvione più estesa che possa ricordare l’Italia. Prima l’acqua percorse in senso inverso i canali di scolo. Quello che avevamo dietro casa nostra aumentava di minuto in minuto la propria portata. Il ponte, per arrivare a casa nostra, ne ostruiva il corso e l’acqua, come un in enorme getto spruzzava rumorosamente dalla parte opposta provocando un’enorme buca che rimase visibile per anni. Lo zio Clemente stava cenando quando sentì l’acqua bagnargli i piedi. In fretta si spostò al piano superiore, dove stavano le faraone, guardava l’acqua salire di gradino in gradino alla fiocca luce della candela. Venne il giorno che la tempesta si fermò, smise di piovere e ritornò il sole. L’acqua era uscita quasi tutta dall’alveo del fiume, restava un piccolo corso che continuava ad alimentare l’enorme “lago Polesine”. Il Po ora sembrava in una secca estiva. Sull’ argine centinaia di persone con i loro fagotti di misere cose sistemate alla meno peggio. Acqua da tutte le parti, solo un lungo argine su cui eravamo naufraghi su ad una lunga isola, uniti a tanti altri disperati. Eravamo riparati sotto il telone che d’estate copriva il frumento sull’aia. Ricordo i buoi, con le lunghe corna, a mangiare fieno. Poi il camion di mio zio Camillo, mia madre che con forza mi costringeva a salire insieme a mia sorella ed io che non volevo andare. Emisi, forte, due bestemmie, la terza non ebbi il tempo di pronunciarla perché mi arrivò una sberla di immane potenza che mi ruppe le labbra: “non ho mai più bestemmiato”. Fui messo sul camion direzione Ferrara, da zia Fernanda, dove rimasi fino a quando le acque si ritirarono. Tornati a casa restavano le pulizie per liberare le stanze dall’acqua. Noi bambini stavamo sempre a giocare nelle pozze d’acqua, dove si trovava anche qualche piccolo pesce. I miei fratelli più grandi invece erano intenti a pulire la casa dal fango portato dall’acqua.
In quella grande casa avevamo un locale adibito a cantina, per accedervi bisognava scendere un paio di gradini. Durante la piena le botti, piene del vino novello, si erano girate e spostate dalla loro sede, mio padre aprì la porta e dimenticando gli scalini ancora coperti dall’ acqua, fece un passo per entrare e profondò fino alla cintura. Ci mettemmo tutti a ridere, capimmo che il peggio era passato e che stava ritornando la tranquillità e l’allegria. Avevamo scampato il pericolo, si poteva ricominciare.
FerMala
lunedì 12 novembre 2012
giovedì 8 novembre 2012
Messico
Si parte per il Messico - "San Josè del Cabo - Cabo San Lucas"
... e non poteva mancare il mio pesciolino ad accompagnarmi, lo libererò nelle acque dell'oceano Pacifico appena più sotto del tropico del cancro.
Il pesciolino è un po' bruciacchiato quasi come i messicani, sarà più facile individuarlo.
..... attendo le vostre segnalazioni del ritrovamento.
venerdì 2 novembre 2012
Voglio credere
VOGLIO CREDERE
Passano gli anni e coloro che se ne
sono andati sono sempre di più.
Alcuni se ne sono andati quando
avevano compiuto i loro giorni.
Altri troppo presto senza lasciarci il tempo di rendercene conto.
Se guardo il cielo mi piace pensare
che mi guardano:
lo voglio credere.
lo voglio credere.
Spesso li ricordo al mattino, la
sera, la notte.
Quando guardo le stelle, sento una
canzone, alla ricorrenza di una data, un luogo, un oggetto, un profumo di rosa
o di un fiore, un arcobaleno, mi ritornano in mente persone con le quali ho
vissuto, amato e giocato, come i mie due fratelli, i miei genitori e tanti
amici .
Chi mi manca mi sta guardando dal
cielo?
lo voglio credere.
lo voglio credere.
giovedì 1 novembre 2012
Kiwi 187
Ho terminato la raccolta del kiwi, con frutti di grandi dimensioni.
Metodo pratico e veloce per maturare il frutto.
Mettete alcuni kiwi insieme ad un paio di mele in un recipiente ben chiuso.
Dopo 4/5 giorni i frutti saranno maturi.
Le mele mature sviluppano un ormone vegetale, etilene, che a contatto con i frutti ne accelera la maturazione.
Il kiwi è maturo quando al tatto risulta leggermente tenero.
Metodo pratico e veloce per maturare il frutto.
Mettete alcuni kiwi insieme ad un paio di mele in un recipiente ben chiuso.
Dopo 4/5 giorni i frutti saranno maturi.
Le mele mature sviluppano un ormone vegetale, etilene, che a contatto con i frutti ne accelera la maturazione.
Il kiwi è maturo quando al tatto risulta leggermente tenero.
giovedì 25 ottobre 2012
domenica 14 ottobre 2012
martedì 4 settembre 2012
martedì 21 agosto 2012
San Francisco
Addio a Scott McKenzie,
menestrello della musica della mia giovinezza.
Nell'estate del '67 con una chitarra acustica addolcì i nostri giorni.
Il suo messaggio ... mettete dei fiori nei vostri capelli... non è stato raccolto.
La sua musica resterà per sempre.
giovedì 9 agosto 2012
Pesciolino
Un altro pesciolino di legno per Martina da liberare nel Piave.
Questo è l'ottavo che viene lasciato libero nelle acque dove viene fatta una vacanza.
La speranza resta di trovarlo sulle spiagge, di qualsiasi posto del mondo, o che qualche blogger mi scriva di averlo trovato, farebbe felice Martina e anche me.
Acque della sorgente del Piave - Sappada.
..vai pesciolino,
impara a nuotare fino al mare
dove qualcuno ti potrà trovare.
è lì che io ti verrò a cercare.
lunedì 23 luglio 2012
Mieli
Millefiori, Tiglio, Acacia.
Tre tipi di miele con tre profumi diversi e delicati.
"questa non la sapevo" Un apicultore mi ha suggerito di mettere nel congelatore il miele per conservarne il profumo. Ho fatto una prova con alcuni vasetti, il miele si è indurito, ma non cristallizzato. Attenderò dicembre per toglierli dal frigo, scongelarli e verificare se questo nuovo modo di conservare il profumo del miele risponde al vero.
Tre tipi di miele con tre profumi diversi e delicati.
"questa non la sapevo" Un apicultore mi ha suggerito di mettere nel congelatore il miele per conservarne il profumo. Ho fatto una prova con alcuni vasetti, il miele si è indurito, ma non cristallizzato. Attenderò dicembre per toglierli dal frigo, scongelarli e verificare se questo nuovo modo di conservare il profumo del miele risponde al vero.
martedì 17 luglio 2012
Mietitura
MIETITURA.
Dal
mio diario – martedì 24 giugno del 1958.
... E’
l’alba, il sole non è ancora sorto, ma la sua luce sta scacciando il buio della
calda notte, presto apparirà infuocato all’orizzonte e sarà giorno.
Cicale
e grilli mandano i loro richiami, uniti a quelli di merli e passeri. Il gallo sbatte
le ali e con tutto il fiato che ha in corpo manda ripetuti chicchirichì. Non
c’è bisogno della sveglia del gallo per gli abitanti della fattoria. Nella casa “al cunvent” è tutto un andirivieni
di persone indaffarate. Si sentono ordini, si corre, si prendono gli attrezzi
già pronti dal giorno prima.
Oggi
inizierà la mietitura del frumento, un evento importante per tutta la comunità.
Sotto l’albero grande del frassino “frassan” alcuni uomini avevano piantato per terra “la pianta” un grosso chiodo di ferro, con il martello, hanno battuto su quel ferro, la falce fienaia “fer da sgar” per renderla più tagliente. Le donne hanno preparato: la falce “sghet”, quello dell’insegna dei comunisti, e i “balzi” per legare i fasci di spighe di frumento “le faie”.
Sotto l’albero grande del frassino “frassan” alcuni uomini avevano piantato per terra “la pianta” un grosso chiodo di ferro, con il martello, hanno battuto su quel ferro, la falce fienaia “fer da sgar” per renderla più tagliente. Le donne hanno preparato: la falce “sghet”, quello dell’insegna dei comunisti, e i “balzi” per legare i fasci di spighe di frumento “le faie”.
Ieri alcuni mietitori hanno tagliato il
frumento ai bordi del campo per permettere il passaggio dei mezzi meccanici.
Alle
quattro una gran comitiva si avvia verso il biondo campo di grano. Nella
rimessa “barchessa” adibita a ricovero degli attrezzi agricoli si procede a
scaldare, con la bombola a gas, la camera di scoppio del Landini L25 “mutor” con volano esterno. Il robusto mio fratello
maggiore Raimondo, con un forte colpo al volano, fa partire il trattore a testa
calda. Un grande fumo bianco e un intenso odor di nafta si sparge nell’aria,
lenti e sempre più veloci e ritmici scoppi del motore rompono il silenzio
mattutino. Mia sorella Ivana aggancia la segatrice meccanica “la sgadora” e insieme
al fratello raggiungono gli altri. Calata la barra falciante si inizia a tagliare
il frumento. Con una manovra combinata l’operatore che sta sulla segatrice lascia
libera una leva, tenuta dalla pressione del piede destro, poi con un largo
forcone “pizza gal” lascia a terra il contenuto di una “faia” di frumento. Mio
padre e mia madre sono insieme ai mietitori tutt’intorno al campo, appena transita
il trattore e la segatrice, si adoperano a raccogliere il mazzo di spighe e a
legarle con i balzi ricavati da un’erba lacustre “caret” che cresce sulle
sponde dei fossi, viene fatta essiccare,
intrecciata a mano e annodata all’estremità. Le “faie” così prodotte vengono,
delicatamente, allontanate per permettere il successivo passaggio “dal mutor e
d’là sgadora”.
Il
campo, a me, sembra sconfinato. Giallo e luccicante. Sono poco più alto delle
spighe. Sento l’odore della paglia appena tagliata, cammino a piedi scalzi tra
le “stoppie”. Vedo in aria le rondini che con volo radente cacciano qualche
insetto, coccinelle “buarine”. La grande
distesa di frumento è interrotta solo dalla lunga fila di pioppi “piope” dalle verdi chiome che stanno ai lati
di uno stradone, che collega la fattoria alla strada principale. L’alba è azzurrognola
e l’aria è ancona fresca. Tutto il campo brulica di gente che segue il trattore
e la segatrice, ognuno lavora con allegria e sveltezza, si fanno prove di
forza, sembra non facciano fatica ad affastellare i covoni “crusete”. Il sole è già alto, la lunga ombra dei pioppi
si è ritirata vicino alla pianta, la polvere, secca la gola. Un ragazzino “fiol”
con una sporta di paglia e due fiaschi, uno d’acqua preso alla pompa ed uno di
vino annacquato, porge, ai mietitori perché ne bevano “ un mescul parchè iè
sedià”.
Alle
sette è finito il primo turno “quart” di lavoro ci si ferma per fare colazione
“cazion” tutti mostrano gran appetito “sghissa”. Il bovaro “buar” fa abbeverare “ all’albi” i buoi e con la frusta “scùria”
aveva fatto sentire un paio di schiocchi in aria per ottenere la loro
attenzione.
I ragazzini giocano all’ombra “mussa, puli
scena baccalà, maghin, s’cianco, lipa, cut”.
Si torna
ad affilare i ferri del mestiere.
Sul campo di frumento, la domenica delle
palme, mio padre ci aveva piantato una semplice croce di legno, formata da due
bastoncini di salice, con legato un rametto d’ulivo per scongiurare la
grandine. Analoga operazione faceva mia nonna Matilde - bruciava alcune foglie
d’ulivo benedetto quando i temporali minacciavano grandine (i più pericolosi
–dicevano- provenivano dal Garda). La
mietitura non si doveva mai iniziare di venerdì, chi iniziava in quel giorno
rischiava di non finirla.
Ora
tutto il taglio si è completato, sul campo i covoni di “faie” raccolte a croce stavano
lì come guardiani silenziosi del campo, in testa un’ ulteriore fascio “al gal”
che nell’ombra della sera prendeva sembianze umane. Stavano fermi pronti per essere
caricati e portati, con carro e buoi, nel grande cortile per la trebbiatura. L’indomani alcune donne, con i figli minori, sarebbero
andate nel campo a spigolare (spigar).
…..Me ne andavo al mattino a spigolare Quando ho visto una barca
in mezzo al mare: Era una barca che andava a vapore, E alzava una bandiera
tricolore. ….“ricordi di scuola”.
Le
spigolatrici portavano un sacco di tela legato ai fianchi, curve sul terreno
prendevano le spighe cadute a terra durante la lavorazione di mietitura. Stendevano
le spighe sull’aia le battevano con apposito attrezzo: due legni legati tra di
loro da una pelle essiccata di anguilla
“varzela”. Per dividere il frumento dalla pula, lanciavano a ventaglio frumento
e pula, con una pala, contro vento. Il frumento più pesante andava lontano e la
pula restava dietro.
Ed ecco là in fondo allo stradone una grossa
macchia rossa che avanza, tutti i ragazzini saltellano felici e per vedere
meglio si arrampicano sui rami del frassino. Davanti un fumante trattore
lentamente la traina. E’ la trebbia “Orsi”
seguita dalla pressa “l’imballadora”. A
me l’imballatrice ha sempre fatto paura, con la sua ritmica ed inesorabile
bocca di coccodrillo spingeva la paglia uscita dalla trebbia con forza dentro
ad una corsia di forma rettangolare dove uno stantuffo la pressava. Ai lati due
persone che si tenevano coperti, bocca e naso, dalla polvere con un fazzoletto
legato al collo, legavano con il fil di ferro le balle di paglia "inguciar". Era compito di noi bambini attorcigliare e tirare il fil di ferro. Due operai
con due legni “angun” le portavano sul
pagliaio “balara” dove noi ragazzini correvamo sopra e ci lanciavano al volo su
cumuli di paglia.
La trebbia veniva sistemata al centro del
cortile. Il meccanismo veniva fatto funzionare da un trattore sistemato ad una
decina di metri. Il collegamento tra le pulegge avveniva attraverso una grossa
cinghia “zangion”. Dalla parte alta gli
uomini facevano entrare le “faie”, appositi setacci separavano il frumento
dalla pula e dalla paglia. Forti uomini si caricavano i sacchi di frumento ed
andavano a svuotarli sull’aia ad una ventina di metri. Il cumulo di frumento “mota”
veniva successivamente disteso al sole per la finale essiccatura. La sera era
di nuovo accumulato e coperto da un telo “tlon”. La notte si faceva la guardia
per la paura di furti. Quand’era disteso toccava a noi bambini girarlo e
rigiralo "spatzaz" con i piedi: erano giorni belli e giocosi, quanti “tuffi” sui cumuli
di frumento. La sera pieni di polvere si andava nel canale di scolo a fare il
bagno nell’acqua, a quel tempo, pulita.
Dopo
qualche giorno di sole il frumento è pronto per il granaio. Mio padre (come
l’uomo del monte) aveva affondato il braccio nel cumulo, preso una manciata e
fatto scorrere tra le dita, ne aveva schiacciato, con i denti, alcuni chicchi.
A voce alta aveva detto: “è pronto” . Il capo dei contadini prendeva una grossa
pala “palon” e riempiva lo staro, circa 25 kg. Tre stari per ogni sacco.
Caricato il sacco sulle spalle si saliva una scala fino al granaio al secondo piano.
La
sera, stanco mi sono addormento in braccio a mia madre.
Durante la guerra il grano era razionato e non lo si poteva
commerciare o trasportare liberamente.
Mi raccontava Ahtos che, mentre trasportava con biroccio “buroz” e cavallo dei sacchi di frumento fu fermato da due carabinieri i quali gli chiesero cosa trasportasse. Con molta calma e indifferenza rispose: “smenza ad paia” e non disse “frumento”, che è la stessa cosa. Le guardie non compresero e lo lasciarono passare.
Mi raccontava Ahtos che, mentre trasportava con biroccio “buroz” e cavallo dei sacchi di frumento fu fermato da due carabinieri i quali gli chiesero cosa trasportasse. Con molta calma e indifferenza rispose: “smenza ad paia” e non disse “frumento”, che è la stessa cosa. Le guardie non compresero e lo lasciarono passare.
FerMala
domenica 15 luglio 2012
Olio essenziale
Ieri siamo andati alla raccolta della lavanda. Ho visto come si ricava l'olio essenziale.
Un olio profumatissimo ed è un vero tocca sana. L'ho visto fare ed ho voluto copiare.
Ho preso una pentola a pressione, un tubo di rame, a due bottiglie di vetro ho tagliato, ad una il fondo, all'altra il collo e inserite una dentro l'altra. Nella pentola ho messo, un litro d'acqua, inserita una griglia cuoci verdure per tenere sopra l'acqua i fiori di lavanda. Un fornello elettrico per produrre calore, dopo una decina di minuti inizia la distillazione, dalla serpentina esce un composto di acqua e olio l'acqua esce dal fondo in superficie resta l'olio essenziale. Si preleva con con una siringa e si mette in un piccolo contenitore con dosatore di vetro scuro. "è profumatissimo".
n.b. in erboristeria sarebbe costato molto meno.
sabato 7 luglio 2012
Kiwi - strage
Ho finito di diradare il kiwi. (varietà hajward)
Una strage di frutti, non conformi a quanto richiede il mercato.
I frutti piccoli, deformi, appiattiti sono stati recisi e lasciati a terra.
I rimasti avranno più spazio per crescere, belli forti dolci per deliziare il palato e... l'occhio.
Il kiwi è il frutto, delizioso, dell'actinidia, pianta dioica.
E' di origine cinese, dove cresce spontanea nella valle del fiume azzurro.
E' di origine cinese, dove cresce spontanea nella valle del fiume azzurro.
Il nome kiwi è stato dato dai neozelandesi che hanno preso spunto dall'uccello che vive e rappresenta la Nuova Zelanda.
mercoledì 4 luglio 2012
venerdì 29 giugno 2012
mercoledì 27 giugno 2012
Fichi, beccafichi, S.G.B.
Ficus carica
Fichi fioroni
E' stagione di fior di fico le notti calde favoriscono la produzione dell'infiorescenza carnosa del fico.
Resiste bene alla siccità e ai terreni salsi e incolti, in particolare come apparato radicale di una pianta da clima semidesertico, le radici sono molto invasive, per cercare l'acqua possono penetrare negli scantinati e tubature. È una delle poche piante da frutta che resista senza problemi a climi aridi. D'inverno sopporta temperature attorno ai 10 gradi C°.
Beccafico (sylvia borin). Ho notato che i fioroni piacciano anche a questo uccello dal delizioso canto.
Il 24 giugno è il giorno di San Giovanni Battista.
Da questa data (decollazione di S.G.B.) si possono raccogliere le noci per preparare il nocino, tagliare le spighe di lavanda per essiccarle e confezionare sacchetti, raccogliere la menta ..... e tante altre operazioni di taglio.
.
Fichi fioroni
E' stagione di fior di fico le notti calde favoriscono la produzione dell'infiorescenza carnosa del fico.
Resiste bene alla siccità e ai terreni salsi e incolti, in particolare come apparato radicale di una pianta da clima semidesertico, le radici sono molto invasive, per cercare l'acqua possono penetrare negli scantinati e tubature. È una delle poche piante da frutta che resista senza problemi a climi aridi. D'inverno sopporta temperature attorno ai 10 gradi C°.
Beccafico (sylvia borin). Ho notato che i fioroni piacciano anche a questo uccello dal delizioso canto.
Il 24 giugno è il giorno di San Giovanni Battista.
Da questa data (decollazione di S.G.B.) si possono raccogliere le noci per preparare il nocino, tagliare le spighe di lavanda per essiccarle e confezionare sacchetti, raccogliere la menta ..... e tante altre operazioni di taglio.
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lunedì 25 giugno 2012
Croce madreperla
Croce latina con forme di
madreperla da conchiglie di fiume e di mare.
numeri: 4 – 7 – 12.
gli evangelisti, … i colli di Roma, ... gli apostoli.
gli evangelisti, … i colli di Roma, ... gli apostoli.
Al centro il disco di
madreperla da ostrica di mare.
… il mare alimenta, (al contrario), i fiumi, i piccoli ruscelli, la singola goccia d’acqua, che è ognuno di noi.
… il mare alimenta, (al contrario), i fiumi, i piccoli ruscelli, la singola goccia d’acqua, che è ognuno di noi.
seguo il giorno
che cammina,
incantato
dai suoni,
dalle luci,
dai colori,
dai riflessi.
Ho tutto.
che cammina,
incantato
dai suoni,
dalle luci,
dai colori,
dai riflessi.
Ho tutto.
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