sabato 27 luglio 2013

aEstate(m)

E' scoppiata l'estate
i campi di grano sono diventati biondi
si vede qualche papavero rosso
la strada è polverosa
ci si rifugia sotto gli alberi a goder la frescura
le cicale non la smettono mai di oziare
la notte si odono gracchiar le rane dai fossi
è l'alba e il sole riflette diamanti di rugiada
gli alberi da frutto si caricano di delizie
si cammina scalzi, si sente il calore sotto i piedi
perché estate non resti sempre con noi?
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Aestate(m) "calore bruciante"
Nella pianura Padana, oltre che calda, è anche afosa e ogni anno ecco i soliti 
"ma un'estate così calda non si è mai avuta".
 Speriamo che l'estate duri tutto l'anno e che sia sempre così generosa di frutta e verdura.
Resto in attesa della maturazione, questo e il primo anno del pomodoro Cherokee (di colore nero). 

Frutta e verdura .. la raccolta di ogni mattino.

In giro per i campi a mirar le api al lavoro

poi guardo i girasoli di Van Gogh

... e una giovane Upupa che fa visita al bambù.


lunedì 8 luglio 2013

Fiori rosa e fiori cobalto "un giardino alla memoria"



Fiori rosa e fiori cobalto 
“Un giardino alla memoria”
   Mi trovo a far parte di un gruppo culturale (Polesine 1945) che fa ricerca su eventi delle due guerre che hanno caratterizzato la storia del secolo scorso.   Il presidente ha organizzato un’escursione sul monte Ortigara, sede di una delle più atroci ed eroiche battaglie della prima guerra mondiale. Tra il 10 e il 25 giugno del 1917 – quindici giorni che videro sull’altopiano di Asiago  consumarsi una delle pagine più tragiche e nello stesso tempo più eroiche della storia della nostra Italia. Giorni dove l’esercito italiano e quello austriaco si fronteggiarono su poche centinaia di metri di sassi, per il possesso della vetta del monte Ortigara. Il monte si trova nelle Alpi in provincia di Vicenza, sull’altipiano di Asiago, confine tra Veneto e Trentino-Alto Adige. L’altitudine  è di 2105 metri. Per farvi immaginare quanto aspra e dura sia stata quella battaglia, vi faccio presente che la vetta del monte Ortigara, prima, era più alta di ben 8 metri. Il nostro esercito perse ben 12.633 giovani ragazzi. 5.969 solo nella fase finale del violento combattimento il 25 giugno 1917. "Tra una babele di ordini la battaglia dell'Ortigara era perduta".
L’escursione inizia dal piazzale Lozze, dove abbiamo parcheggiato le macchine, percorrendo da Campomulo un tratto di strada d’asfalto ed un bel pezzo di strada a forma di gruviera “ schivi una buca e ne prendi tre”.  Dopo la “vestizione” si parte. Si percorre un breve tratto in salita si arriva al punto di partenza di tutti i sentieri.  Una chiesetta che raccoglie i resti di tanti soldati e fa comprendere quanto ardua sia la conquista della pace. Lì troviamo una scolaresca di 36 ragazzini accompagnati da guide, ci accodiamo anche noi, si percorre un breve tratto comune, si ascolta e si acquisiscono nuove notizie: “Durante gli assalti i soldati erano spinti fuori dalle trincee. Terminato l’assalto  chi restava ferito rimaneva a terra fino al sopraggiungere dell’oscurità, solo allora i portaferiti barellieri uscivano in cerca dei feriti per riportali in trincea, districandosi tra i morti e seguendo i lamenti dei feriti. La stessa cosa valeva sia per la sponda italiana che per quella austriaca, qualche volta, i portaferiti si saranno anche incrociati e ignorati pensando ognuno ai propri compagni da riportare alle cure dei medici-chirurghi. Tra questi feriti un mio avo, (Malagò Clemente di Ferdinando nato a Formignana il 29 marzo del 1891) morto a Ferrara il 23 ottobre del 1917 per le ferite riportare”.
  Meravigliosi panorami si presentano oggi alla vista, la testa non fa che girare intorno per ammirare pini ed abeti alti e ritti, poi mentre si sale verso al vetta, luogo della battaglia, si intravvedono cespugli di fiori di azzurro cobalto, altri piccoli ma fitti fiorellini rosa come: “un giardino alla memoria”. Il sole, a tratti picchia forte mentre l’aria è fresca e frizzante. Quando il sole scompare tra le nubi ci si copre perché fa freddo. Lo zaino sulle spalle, con i viveri e l’abbondante acqua, ti copre la schiena che suda. Il bastone indispensabile ti aiuta a superare le asperità, e ad indicare agli amici di passeggiata, quale sentiero prendere. La salita è abbastanza agevole, mentre la discesa un po’ meno. Bisogna tenersi ad una corda d’acciaio e passare chinati entro grotte umide. Si ammira la vallata sottostante, bella e fiorente, con le sue piccole casette, di fronte un monte più alto che mostra orgoglioso la sua ripida parete. Ora la valle è erbosa e si scorgono tane di marmotte, ne intravediamo una molto grossa che prende il sole, e si lascia fotografare come una star. Alcune donne raccolgono piccole pigne per profumare la grappa. Il cielo si copre di nuvole e una sottilissima pioggerellina ci obbliga a raggiungere in fretta l’auto. Una piccola sosta al bar di Campomulo e si parte per la via del ritorno con il ricordo di una bella gita in montagna e in testa un paio di domande alle quali non so dare risposta.
Quei sacrifici di tanti ragazzi erano necessari?                .
Quei valori di patria sono ancora validi?
Una pagina importante per la storia del nostro paese, una pagina indelebile che deve essere conosciuta; una gita raccomandata.                            FerMala

venerdì 5 luglio 2013

Ci segue solo l'ombra


E' tempo d'estate.
 Correre veloci con l'aria tra i capelli.
I pensieri sono lontani.
Ci segue solo l'ombra.

domenica 23 giugno 2013

Albicocche


I frutti del mio lavoro e soprattutto della natura. Il tutto è partito da un seme gettato a terra e poi germogliato.
Il  seme genera sempre una pianta selvatica che deve essere innestata, cosa che almeno in questo caso mi è riuscita bene. Amorevolmente curato è cresciuto.
Mi ripaga con abbondanti frutti, buoni come non se ne trovano da nessuna parte.....

da Wikipedia
Sull'etimologia della parola "albicocca" esiste qualche perplessità. La maggioranza degli studiosi concorda tuttavia sul fatto che la parola di riferimento sia araba (al-barqūq) e che questa sia stata adottata poi nel tardo latino praecox, nel senso di "precoce". Da essa deriverebbe la parola "percoca", usata essenzialmente per indicare una varietà di pesca a polpa gialla.
L'albicocco è una pianta originaria della Cina nordorientale al confine con la Russia. La sua presenza data più di 4000 anni di storia. Da lì si estese lentamente verso ovest attraverso l'Asia centrale sino ad arrivare in Armenia (da cui prese il nome) dove, si dice, venne scoperta da Alessandro Magno. I Romani la introdussero in Italia e in Grecia nel 70-60 a.C., ma la sua diffusione nel bacino del mediterraneo fu consolidata successivamente dagli arabi, infatti Albicocco deriva dalla parola araba Al-barquq. L'albicocca crescerebbe in natura selvatica in Cina da ben 4.000 anni. Oggi è diffuso in oltre 60 paesi e viene coltivato in climi caldi o temperati e relativamente asciutti.

giovedì 13 giugno 2013

Pulcini

Nove vispi pulcini.
In principio era una gallina che mi offriva un bianco uovo fresco ogni mattina e per informarmi del suo dono canticchiava coccodè coccodè.
Stancata di fare la gallina ha deciso di diventare chioccia. 
Gli ho trovato uova fecondate e messe nel suo nido di paglia.
Puntuale, come vuole la natura, dopo ventun giorni si sono sentiti i primi pigolii e sbucare da sotto le piume vispi pulcini per l'allegria di tutta la famiglia.

Ciliegie e marmellata


Ciliegie che passione.
Tante ciliegie e tutte mature, ne mangio e ne offro, ma sull'albero ne restano ancora tante.
Facciamo marmellata.

sabato 8 giugno 2013

Kiwi potatura dei maschi (Tomuri)

Prima decade di giugno si devono potare i maschi di kiwi  (tomuri).
Ecco come si presenta la pianta prima della potatura, quando la fioritura è terminata.

I fiori dell'actinidia sono stati fecondati  e i piccoli frutti iniziano a formarsi..

Fiori maschili che hanno ormai concluso la loro funzione di impollinatori.
Si nota il pollone verde chiaro che dovrà essere lasciato mentre si dovranno togliere tutti rami che hanno dato fiori. La potatura dovrà essere molto energica per lasciare luce e aria per la crescita dei nuovi rami.


lasciare il primo nuovo ramo che parte dal tronco.

Ecco la pianta come si presenta a fine potatura, pochi, lunghi e fragili rami verdi.
Non intendo insegnare, sono disponibile ad imparare. 



mercoledì 5 giugno 2013

Profumi

Profumi di:
Madreselva

Ginestra

Gelsomino
... e il naufragar m'è dolce in questo mar.   ... di profumi.

martedì 4 giugno 2013

Marasche


Quasi per caso ho trovato un albero di ciliegie selvatiche o marasche. 
Delle più mature ne ho raccolto un bel cesto.
 Lavate ed asciugate per bene, ho tolto il gambo ma non il nocciolo.
Sistemate delicatamente in un vaso le ho poi cosparse di abbondante zucchero ed esposte al caldo sole.
Dovranno restare esposte al sole per quaranta giorni, la notte ritirate in casa.
Ora attendo amici per condividere.

Riccio - lino

"Oplà!" è arrivato Lino un piccolo riccio, per niente impaurito, guardingo si aggira sull'erba del prato, un po' si scoccia quando mi avvicino e nasconde la sua testolina chiudendosi a palla.
 Quando si fa quiete intorno veloce corre a nascondersi lontano dal buio.

domenica 2 giugno 2013

I viaggi del pesciolino - Sardegna

 Ad ogni viaggio uso portare un pesciolino e liberarlo nelle acque del mare. 
Spero sempre che qualcuno lo trovi e mi faccia sapere il luogo del ritrovo.
Posato in acqua, famelici gabbiani  l' hanno preso e portato al lago.

La Sardegna e la sua gente è splendida.

giovedì 23 maggio 2013

Passeggiando

Fiori di kiwi femminili. 
La grandine ha provocato danni rompendo le foglie e staccando alcuni boccioli.

Kiwi fiori maschili.
Non si notano api o altri insetti impollinatori, speriamo nella brezza affinché trasporti il polline ai fiori. Maggiore sarà il polline più grossi saranno i frutti.

Fiori di zucchina.
 Fiori di cetriolo.

Fiori di patate.
Se notate in alto a destra si vede una lattina appesa alla rete.
Questo è il metodo naturale per tener lontane le talpe dall'orto. 
Nel mio orto funziona, non garantisco il metodo. 

martedì 21 maggio 2013

Zia N..


Sento mormorar le rose,
mosse dal vento tessono ricordi
fini e delicati come il loro profumo.
Zia N... ha raggiunto mia Madre,
che queste rose accarezzavano.

lunedì 13 maggio 2013

Arcobaleno

"Guarda l'arcobaleno -diceva mia nonna- ed io no! sono due".
Poi iniziava ad analizzare le dimensioni dei colori che abbinava alle produzioni della campagna.
"Il verde indica una grande produzione di foraggio per  mucche e cavalli, il giallo il frumento che quest'anno sarà scarso e infine il rosso dell'uva abbondante, ma il vino avrà basso grado alcolico". 
..... Sono passati tanti anni ed io, quando guardo l'arcobaleno, faccio ancora quelle valutazioni.

sabato 11 maggio 2013

Tavolino Trinacria

Tavolino ovale in legno con pirografata l'immagine del simbolo che compare sulla bandiera dell'isola di Man. Un'isola situata nel mar d'Irlanda, visitata nella scorsa estate. 
Il simbolo è rimasto impresso nella mente ed ora è impresso sul legno di questo tavolo da giardino.
Anche la Sicilia ha un simbolo simile ed una interessante storia, era l'antico nome dell'isola. 
Omero, nell'Odisea, la chiamava Trinakie, isola a forma di tridente o dei tre promontori - Capo Peloso, Capo Boéo, Capo Spartivento.
.... Quante storie interessanti, ma è una semplice incisione su ad un tavolino. 

sabato 4 maggio 2013

Nuvole e grandine

Ho visto la luce....

e poi la grandine.

Avevo appena terminato l'"arredo" dell'orto. 
Messe a dimora le giovani piantine.  
Guardo il sole bucare una nuvola, faccio qualche foto, "ho visto la luce" quant'è bella.
 Poi un lampo, una saetta, un brontolio lontano, una sferzata di vento, il cielo si fa cupo e scuro. 
Qualche goccia di pioggia, poi sempre più forte. 
La pioggia diventa ghiaccio: è tempesta e grandina sempre più intensamente e con chicchi sempre più grossi. 
Per un lungo quarto d'ora il vento sbatte le chiome degli alberi. 
L'acqua scorre copiosa e porta i chicchi ad accumularsi in superficie. 
Ritorna a splendere il sole, l'aria è pulita e i meli riprendono a fischiare.
Le piantine del mio orto a capo chino aspettano tempi migliori. 

venerdì 3 maggio 2013

Orto






L'orto è pronto e può partire per un'altra grande  produzione, almeno così spero, di buona verdura.
Pomodoro, zucchine, melanzane, peperoni, cetrioli, piselli, patate, fagioli e fagiolini, spinaci, insalata, cavoli, meloni, cocomeri  e tante erbe aromatiche. Poi frutta - mele, pere, giuggiole, ciliegie, more, lamponi, ribes, kiwi, uva da tavola e da vino, fichi, prugne.
Mentre aspetto che crescano e maturino, ammiro i fiori del giardino.
Il mio amico indiano Shoshone (vedi Collana Pellerossa) mi ha inviato dei semi di due nuove varietà di pomodoro che producono nel Wyoming. Si tratta di Tomato "Black Truffle" e "Cherokee Purple". Varietà di pomodoro che alla maturazione presentano venature quasi nere il primo e violacee il secondo. Vedremo se saranno anche gustosi come i nostri "insalataro".



mercoledì 1 maggio 2013

Madonnina in preghiera



Ho visto il post di "QUELLA LUCE DI LUNA"  sui CAVATORI di quel bellissimo marmo bianco di Carrara e in poche ore, con le sole mani e pochi attrezzi, ho realizzato questa statuetta. 

venerdì 22 marzo 2013

Prati in fiore


"I prati sono in fiore" finalmente la primavera è arrivata, i campi mostrano le viole e l'aria profuma di nuovo.
Anche se non è più la rondine sotto il tetto che a San Benedetto ci segnalava l'arrivo della bella stagione un nuovo giro attorno al sole è iniziato ( per me l'anno inizia il 21 marzo) lo trascorreremo insieme.
Dal 28  (luna calante) inizierò le semine e l'imbottigliamento del vino.

venerdì 15 marzo 2013

Cantinole



Due "cantinole" per altrettanti amici affinché conservino elegantemente il loro vino.
Sono due porta bottiglie di vino formati da colonne per nove bottiglie di vino che devrà essere buono di suo. In alto andranno messi tre vini rossi di più alto invecchiamento, al centro tre vini rosati o rosso giovane e in basso tre bottiglie di vino bianco.
Questa disposizione è consigliata in funzione della  temperatura ambiente, che è più alta verso l'alto e man mano che si scende è più fresca tale da mantenere il vino alla temperatura più vicina a quella di mescita.

Le bottiglie sono inclinate di 30 gradi per mantenere il tappo non a contatto con il vino e permette ad eventuali depositi di raccogliersi sul fondo.
Ogni una delle "cantinole" è unica nel suo genere è realizzate per due sconosciuti amici di Milano e di Cosenza "buon pro vi faccia".

mercoledì 6 marzo 2013

Attaccapanni e innesto


Attaccapanni "arte povera" economico e semplice;  mentre la vernice si asciuga un innesto, da una piantina selvatica un futuro albicocco.

lunedì 11 febbraio 2013

Collana Pellerossa

Realizzata con gli artigli dell’aquila dal  collo bianco.





Mio nipote ha notato, appesa ad un lato del camino, una collana con artigli. Ha chiesto che cos’era e come l’ho avuta,…. ed ho iniziato a raccontare.

    … Anch’io sono stato giovane e sono cresciuto a pane e film western. Ho amato Tex Willer, Django e tutte le vicende del Texas dei mitici pistoleri che combattevano l’ingiustizia con le loro azioni. Ho visto tutta l’epopea dell’America, delle tribù degli indiani per i quali ho provato sentimenti contrastanti tra odio e amore.
    Poi, durante il periodo di convalescenza, per l’intervento di appendicite, ho letto un gran numero di libri dedicati ai pellerossa, al loro modo di vivere, delle loro gesta e delle battaglie contro chi gli aveva occupato il territorio.
   Hai mai visto i cartoon dell’orso Yoghi? E Bubu? I simpatici orsi sempre in cerca di cestini dei visitatori del parco, il loro parco si chiamava Jellystone, (gelatina di pietra) ma poco importa il riferimento al parco di Yellowstone era chiaro. Quei libri, quei film mi hanno fatto nascere la curiosità insieme al desiderio di  fare un “salto” in America per conoscere e incontrare gli indiani.
Sarei andato a trovarli nelle loro riserve del parco di Yellowstone – (pietra gialla) (il parco nazionale di Yellowstone si trova nell’America del Nord - Stati Uniti nell'estremo settore nord-occidentale dello stato del Wyoming, occupando un'ampia zona delle Montagne Rocciose, è il più antico parco nazionale del mondo,  fondato nel 1872)

  L’occasione mi si è presentata nel 1975 quando a Vicenza ebbi modo di conoscere un militare americano originario del Wyoming. Diventammo amici e fu lui che mi illustrò il parco e mi diede l’opportunità di conoscere un vero nativo americano della tribù dei Shoshoni.
     Il parco ha diversi corsi d’acqua, il più importante dà il nome al parco. Un altro fiume dal nome buffo che tradotto in lingua locale significa acqua puzzolente.  Sai che noi chiamiamo impropriamente indiani solo perché un certo Cristoforo Colombo credeva di essere arrivato in India, è bene chiamare quaelle persone con i nomi delle loro nazioni o tribù. Hopi, Shoshoni, Piedi Neri, Cheyenne, Ahpache, Navaho, Kiowa, Lakota, Cherokee e tanti altri.
   Questo luogo è uno spettacolo naturale unico e tanto vario, è costituito da una serie di altipiani, di grandi praterie, da folti boschi e da profondi canyon che creano magnifiche cascate. Sono presenti lunghi sentieri, dal tipico nome indiano, (sentiero rosso, della montagna, della terra che scotta)..
  In certi luoghi, mentre cammini e sei distratto dalla bellezza della natura, senti il caldo sotto i piedi e come per magia si ode un grande sbuffo e una colonna d’acqua e vapore si alza a poche decine di metri per uno spettacolo unico che si ripete ad intervalli regolari, sono i geyser sorgenti calde fino a 200 gradi centigradi. Il più potente di questi crea una colonna d’acqua alta come il campanile del mio paese. Nel parco vi sono formazioni rocciose che lo rendono unico al mondo.
Questa oasi naturale è popolata da specie di animali rari, e purtroppo alcune in via di estinzione.  Lupi grigi, bisonti dalla caratteristica gobba, l’orso bruno, l’alce, la capra delle nevi, il puma dal manto nerissimo e l’aquila dalla testa bianca. Devo dirti che non li ho visti tutti questi animali, ma ad ogni angolo di strada o mulattiera un cartello ne dava segnalazione. …. Anche l’orso grizzly presente nei boschi, ma del quale non avevo nessuna voglia di fare conoscenza.
  Il parco è ormai invaso da visitatori di ogni nazione e specie, varie strutture di accoglienza per turisti  rovinano un po’ i paesaggi meravigliosi, gli splendidi rossi tramonti e il silenzio che è la vera atmosfera del luogo.

  Mi sono reso conto di essere arrivato quando ho visto un cartello che mi indica la riserva degli Shoshoni.  Uno stretto ponte per attraversare un fiume che fa da confine con la riserva e subito inizia un  deserto arrido e privo di vita ed è proprio lì che vivono relegati gli indiani d’America.  Strade sassose arride e poco curate.  I pellerossa erano i padroni di quella terra ora sono chiamati “minoranza etnica” e sono costretti a vivere nascosti nelle riserve loro destinate. Anche se non vivono più nelle tende, ma in modeste case.
  La mattina che sono arrivato ed ho incontrato il mio accompagnatore indiano dal nome Kewedinock (primavera felice), stavo per alzare la mano e pronunciare il classico “haug”, il saluto che avevo imparato nei film western ma lui mi precedette con questo classico saluto.
  La giornata era bella, il cielo sereno di un azzurro pulito e un sole caldo. Sulla riva del fiume un solitario pescatore con una rozza canna attendeva calmo l’abboccare di un pesce.
Il mio “pellerossa” faccia rugosa e capelli lunghi lisci e nerissimi, teneva tra i denti la canna di una pipa in pietra dove aspirava abbondanti boccate di fumo, la tolse di bocca e me la offrì in segno di pace e di amicizia. Io non fumo, ma non ho potuto rifiutare, dopo la prima boccata mi sono messo a tossire e il mio amico si è messo a ridere esclamando “waps - ah! Voi bianchi!”.
  Prima di quell’incontro avevo visitato tutto quello che si poteva vedere, musei con attrezzi e vestiti indiani dell’epopea americana, mi ero preparato ed ora quel posto mi sembrava particolare, forse gli spiriti indiani erano con noi.
 Si respirava l’atmosfera del tempo passato, i miei pensieri andavano a ritroso quando quelle cittadine erano accampamenti con le tende di pelle di bufalo e la vita scorreva serena e rispettosa della natura.
  Ho voluto,anch’io, piantare la mia tenda “tecnologica” di nylon  su quelle terre, eravamo a 2000 metri e l’aria era fresca e frizzante, qualche animale si vedeva di tanto in tanto, durante le passeggiate ne sentivo la presenza, ho visto da lontano  pochi bisonti, non erano così numerosi come nel film di “Balla coi lupi”.
  Ho detto tante parole che erano insieme domande e le risposte che volevo sentire, lui annuiva e sorrideva. 
 Ho suonato con lui il tamburo, intonato una nenia indiana e indossato il suo copricapo con tante piume colorate che si era realizzato insieme a tradizionale vestito.
   Al tramonto di quel primo giorno, un gran battere di tamburi e pellerossa nei tipici  costumi delle tribù si radunarono attorno ad un grande fuoco acceso ed ad un Totem che aveva la forma di un grande uccello con le ali aperte.
 Gli indiani che sembravano spariti d’incanto ne apparve una moltitudine con cavalli e squaw (ragazze) con lunghe treccine per la loro festa propiziatoria annuale la “danza del sole” (sundance) che dura quattro giorni, si danza guardando il sole, il ritmo dei tamburi echeggia per tutta la spianata e ti travolge e ti invita a partecipare.  Si svolge ogni anno a cavallo del solstizio d’estate.  Quattro giorni indimenticabili completamente coinvolto nei loro canti, danze e mangiare insieme a gente amichevole.
  Il mio accompagnatore mi disse che ormai lo spirito indiano non c’è più, i giovani studiano nelle scuole e imparano a vivere come i bianchi e imitano il loro stile di vita, vestono alla moda, usano l’auto e alla nostra musica preferiscono la “tecno” o il “rock”. Poi continuò – non ci sono più le grandi praterie, le mandrie di cavalli, la caccia e la tranquillità d’un tempo quando si seguivano i ritmi dettati della natura. Queste feste sono più per i turisti e per quei pochi nativi che sentono ancora il richiamo del loro popolo e degli antenati, vengono in riserva una volta all’anno bardati con vestiti acquistati ai grandi magazzini come se fosse un carnevale. Dopo un attimo di silenzio, preso dalla nostalgia, si chinò e mi sussurrò all’orecchio: “domani ti porto a vedere il nido delle aquile dal collo bianco, un uccello sacro per noi indiani”.
   Il sole non era ancora sorto, ma la luce rischiarava quell’alba fresca, il cielo era di un colore indaco, pulito e sgombro da nuvole. La strada da percorrere era lunga (sentiero della montagna e dell’aquila dal collo bianco) . Il mio amico aveva già sellati due cavalli “Appaloosa". Montati in groppa ci incamminammo lungo il sentiero che attraversa un folto bosco e sale sempre più in alto verso la montagna. Dopo un paio d’ore giungemmo alla fine di quel intricato scuro bosco. Le piante si erano diradate e di fronte a noi l’immagine maestosa di una montagna rocciosa che alla luce del sole sembrava color ocra. Ai margini del bosco costruimmo un piccolo recinto con delle funi dove mettemmo i cavalli a brucare la poca erba.  L’indiano mi indicò dove stavano le aquile. Lasciato lo zaino e gli indumenti più pesanti ci accingemmo a raggiungere la parete per scalarla. Si saliva lentamente, senza chiodi o corde di sicurezza. Tastavo la solidità delle rocce con le mani e poi quelle dei piedi e salivo come l’uomo ragno. Dopo un centinaio di metri, di lenta salita, mentre stavo per toccare l’ennesima roccia misi impropriamente una mano nel bel mezzo di un nido d’aquila, sentii un morbido pulcino che subito emise un forte pigolio. Mamma aquila lo sentì mentre roteava alta nel cielo limpido, rispose a quel richiamo e anche lei emise forte un grido che si sentì distintamente e subito calò in picchiata.  “Attento” mi gridò il mio compagno di scalata. Non ebbi il tempo di girare lo sguardo che l’aquila mi stava attaccando alle spalle infilandomi i suoi poderosi ed affilati artigli nella carne appena sotto la scapola destra provocandomi una profonda e sanguinante ferita.   Con una mano cercai di divincolarmi da quella dolorosa presa, mentre con l’altra cercavo di tenermi stretto alla montagna. Quando la “battaglia” terminò e riuscii a liberarmi dagli artigli dell’aquila dal collo bianco mi allontanai in fretta dal nido scendendo ai piedi della montagna. Mi batteva forte il cuore, il respiro affannoso, una grande paura e una dolorosa e sanguinante ferita che mi fece allontanare in fretta da quel posto. “L’aquila voleva difendere il suo pulcino ed era riuscita scacciandomi”. Durante il ritorno ci riposammo in una grotta dove l’amico indiano trovò i resti di un’aquila uccisa da un coyote,  staccò gli artigli e raccolse una piuma della coda che diresse verso il sole, la posò su ad fiore pronunciando frasi incomprensibili, dopo questa breve cerimonia passò la piuma sulla mia ferita dicendomi che sarei guarito in fretta.
   La ferita profonda non mi fece dormire. Quella notte  un violento temporale attraversò ed oscurò il cielo scaricando lampi giganteschi e tuoni di intensità mai sentita, come se lo spirito dell’aquila mi volesse ancora castigare.
  Porto ancora evidenti i segni di quegli artigli sulla schiena. Kewedinock con gli artigli  dell’aquila trovata nella grotta realizzò  per me una splendida collana che conservo ancora: “ed è quella che vedi”.
Prima di salutarmi mi regalò una frase – “nella vita non ci sono brutti giorni, per quanto tempestoso possa essere ogni giorno è buono e utile perché vivi”. 

  Non sono più tornato nella terra dei “pellerossa”, anche se mi ero più volte ripromesso di farlo, il mio amico Kewedinock al solstizio d’estate mi chiama, non con segnali di fumo, per telefono, .
…. di tanto intanto, nelle calde notti d’estate di luna piena risento lontano il richiamo di quei tamburi e i canti degli indiani Shoshoni.

Feb.2013                                                    FerMala





martedì 29 gennaio 2013

Potatura kiwi



E’ tempo di potatura  dell’Actinidia chinensis (kiwi)
La potatura è la regolazione dell’equilibrio vegetativo e produttivo.
Dicono che il primo potatore fosse stato un asino che brucava rami di vite.
Oggi le tecniche di potatura sono di molto migliorate rispetto al passato e si deve fare molta attenzione.  Per ogni pianta una potatura specifica.
L’actinidia è una pianta dioica (piante maschio e piante femmina).
Le mie piante sono hayward per le femmine e toumuri  per i maschi.
Alle piante femminili necessita di una potatura drastica invernale e due estive, una per il taglio di succhioni, ed una seconda un mese prima della raccolta dei frutti per dar loro luce ed aria.
Vanno lasciati i rami nuovi, generati nella stagione estiva, che hanno la dimensione delle dita di una mano dove presentano gemme rigonfie che daranno fiori e frutti.
I rami, posti ad un a distanza tra loro di almeno un ventina di centimetri, vanno curvati verso l’esterno e legati alla stessa altezza del tralcio con la cima rivolta verso il basso.
Per le piante maschili la prima potatura dovrà essere leggera invernale, vanno lasciati tutti i rami che fanno fiore, ed una seconda drastica dopo la fioritura.
 Nella pianta maschile i rami vanno lasciati liberi affinché il vento ne scuoterà il fiore per diffondere il polline.
I tagli dovranno essere netti e irrorati di soluzione di rame.
Questo è anche il periodo per la concimazione affinché gli elementi nutritivi siano a disposizione della pianta quando inizieranno le temperature miti.

lunedì 14 gennaio 2013

Sole in deposito


Il sole se ne sta lì in deposito pronto ad uscire per riscaldarci e a far risvegliare la natura.
Ho ancora tutta da sistemare, orto e piante da frutto.
Aspetto il bel tempo dopo lunghi giorni di nebbia padana.
Sono solo, avvolto dalla nebbia.
Lassù c’è il sole, il tempo è calmo e tutt'intorno è silenzio.
Lontano il rumore di un’auto che procede lentamente.
Tutto è bagnato, umido, gocciolante.
Sento il mio passo che incede rumoroso sulle foglie secche
Passa veloce una tortora, la sento dallo sbattere di ali.
Nel mio boschetto è tutto buio, scorgono tre forme bianche(?)
Sento stridere le gazze e le ghiandaie.
Tutto tace, mi fermo e osservo le gocce che si formano sui rami
 e poi pigramente scendono, si staccano e cadono sulle foglie morte a terra.
E’ la nebbia che ti avvolge, ti isola e ti lascia solo.
E' l'odore di questo inverno che tarda finire.