Il profumo del frumento appena tagliato.
In una limpida alba
di giugno di tanti anni fa, nella campagna di un piccolo borgo che costeggia l’argine
sinistro del fiume Po, due ragazzini poco vestiti, pantaloncini corti di tela e
canottiera consumata, stavano seduti sul bordo dell’aia davanti a casa loro.
La casa. Un grande
fabbricato in mattoni rossi, che si intravvedevano da parti dell’intonaco qua e
là staccato, era composto da tre stabili distinti: l’abitazione del fittavolo e
del bovaro, una grande stalla con animali e un pollaio. Più staccati, un forno
per cuocere il pane, il pozzo con carrucola, catena e secchio in ferro che
serviva l’acqua per gli abitanti e per abbeverare gli animali e l’aia per essiccare
il frumento.
I due giovani erano fratelli e facevano parte
di una famiglia più ampia. mamma, papà, nonna, uno zio del padre che accudiva
alcune pecore e sua moglie che masticava tabacco. Altri due fratelli più grandi,
nati prima della seconda guerra e “maturi” per il lavoro nei campi che
svolgevano insieme ai genitori.
La famiglia del bovaro
aveva una decina figli, praticamente uno ogni anno o quasi, tre di loro, due
femmine e un maschio, avevano più o meno la stessa giovane età dei due e con
loro ne condividevano i giochi.
Il sole non era
ancora spuntato all’orizzonte e il cielo era di un grigio perla acceso con
sfumature di rosa che ne annunciavano il sorgere. Si sentiva il frignio delle
cicale tra il verde cupo dei rami e gli uccelli cantare al nuovo giorno. Quello era un giorno speciale della vita
campestre, un appuntamento al quale non si poteva mancare. Quella corte si
stava, pian piano, popolando di gente. Dalla strada accanto all’aia si poteva
scorgere qualche contadina che avanzava lesta in bicicletta e teneva, dentro
alla sporta di paglia intrecciata, una falce a mano. Anche altri operai comparivano
sempre più numerosi con su le spalle il ferro a falce e tutti vi giungevano e
abbastanza freneticamente preparavano i loro attrezzi di lavoro.
I due ragazzini
stavano seduti sul bordo dell’aia e arrabattavano faticosamente per indossare
dei sandali. Erano stati fatti alzare dal letto bruscamente e stavano lì, mezzo
addormentati, intenti a mettersi ai piedi questi strani oggetti. Oggi i calzari
sarebbero stati indispensabili e la mamma era stata categorica: “bisogna indossarli”.
Gli altri giorni si poteva camminare
scalzi da mattina a sera e con il numeroso gruppo di amici del borgo si faceva
a gara a chi alzava più polvere strisciando i piedi a terra lungo lo stradone
che porta al paese.
I sandali sono
costituiti da una suola e da due pezzi di cuoio uno dei quali porta una piccola fibbia dal lato esterno del piede
dove si infilava la striscia di cuoio forata per adattarla e stringerla al
piede.
Si poteva vedere Giuseppe , il più piccolo, intento a
sistemarseli con le sue piccole manine seduto sull’aia. Un piede a terra e
l’altro sul bordo dove stava seduto. Teneva il capo chino ed avvicinava il
ginocchio, della gamba interessata, fino a portarlo a toccare la spalla.
Nessuno poteva vedere quel visetto serio e intento a quella “prova di manualità”.
Era stato Fernando, il maggiore, a finire per primo mentre Giuseppe, di pochi anni, era ancora
intento a battagliare con la fibbia che non voleva proprio adeguarsi,
nonostante il suo impegno. A chi
chiedere aiuto? Avrà pensato. Il babbo era già nei campi con gli altri due
fratelli. La mamma era indaffarata a sistemare gli attrezzi di lavoro e a
preparare la colazione per la famiglia. Era una donna robusta nel pieno della sua
forza fisica, di carattere buono, ma altrettanto decisa a non concedere vezzi ai
figli. Lei li voleva presto indipendenti
e capaci di arrangiarsi a vestirsi da soli. Sarebbe stato inutile chiamarla per farsi
aiutare “già sapeva la risposta”. Meglio
chiedere aiuto al fratello di poco più grande che era li vicino. Mentre stava per chiedere soccorso Fernando si alzò e, spalancate le
braccia, gridò al fratellino: “vieni che proviamo a correre”. “Non ce la faccio
- gridò il più piccolo - mi fanno male i piedi. Mi fa male ancora il piede che
mi sono ferito ieri seguendoti sulla riva del fosso per andare a caccia di rane”.
Con una risatina, che mal celava un
leggero sarcasmo per le difficoltà del più piccolo, Fernando gli si avvicinò fischiettando e sistemò la fibbia, nel far
questo noto due lacrimucce scende da quei piccoli occhietti neri e un pochino
se ne dispiacque.
Poi i due si misero
a correre. Ma ecco uscire dal fienile il cane, che legato ad una lunga catena
li fece inciampare e ruzzolare tutti e due a terra. I due si guardarono in
faccia e visto che non si erano fatti
male si misero a ridere e pronti in piedi e via di nuovo verso i campi dove
avanzavano con passo spedito i braccianti felici del lavoro che li attendeva.
Sì! Oggi è (era) il 24 giugno si inizia la
mietitura del frumento, che la nonna non voleva mai si iniziasse di venerdì
altrimenti non si sarebbe concluso.
Il sole ormai
illuminava la bionda messe e riscaldava l’aria mattutina che ben presto sarebbe
diventata afa. I due erano bravi ragazzini che stavano conoscendo e imparando
l’arte della mietitura.
Le spighe tagliate e
legate in mazzi (faje), messe nei
covoni a croce in attesa del trasporto verso la cascina per trebbiarle con la
grossa macchina che appariva, ogni anno, come una macchia rossa in fondo allo
stradone alberato di pioppi. La aspettavamo festanti sotto l’ombra del grande
frassino.
Il frumento veniva messo
ad essiccare sull’aia e noi a correre a piedi nudi e fare capriole e giochi da
mattina a sera.
“All’improvviso è
oggi”.
Cammino tra campi di
grano appena tagliato è il profumo della paglia che mi ha risvegliato quel ricordo.
E’ stato come aprire
una scatola di tesori smarriti che avevo nascosto anni fa.
Strana la vita.
Quando sei piccolo
il tempo non passa mai, poi, da un giorno all’altro ti ritrovi vecchio.
Basta un attimo, un
profumo, un fiore, una farfalla, una rana che svelta salta nel fosso durante
una passeggiata solitaria e se Tu lo vuoi, il ricordo si presenta limpido a
farti rivivere il passato.
“Beato chi ha
vissuto e può avere ricordi”.
Uno di quei due si è
dovuto fermare bambino a soli nove anni.
L’altro, finita la
scuola, se n’è andato dalla campagna per tornare da pensionato a risentire il
profumo della paglia tagliata e del
frumento.
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